Moussa Diarra, il gip ordina sei mesi di nuove indagini: «Depistaggio e omicidio colposo, non si archivia»
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Redazione Interno
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La richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Verona per la morte del ventiseienne maliano Moussa Diarra, abbattuto da un agente della Polfer davanti alla stazione Porta Nuova il 20 ottobre 2024, è stata ufficialmente respinta. A deciderlo, attraverso un’ordinanza di 54 pagine dai toni netti e privi di ambiguità, è stata la giudice per le indagini preliminari Livia Magri, la quale ha imposto un supplemento di indagine della durata di sei mesi. Non solo: accanto all’ipotesi di reato di omicidio colposo, che già faceva capo all’agente che quella mattina esplose i colpi mortali, la magistrata ha disposto l’iscrizione nel registro degli indagati anche per i due poliziotti coinvolti nella gestione della scena, ipotizzando a loro carico il concorso in depistaggio. La loro condotta, letta attraverso le carte depositate, appare caratterizzata da una «comprovata inaffidabilità» nel tentativo di ricostruire gli ultimi e drammatici istanti di vita del giovane, un dettaglio che ha trasformato il provvedimento in un vero e proprio atto di accusa nei confronti della gestione delle prime fasi delle indagini.
Un’ordinanza che smonta la tesi della legittima difesa
Nel testo del provvedimento, la gip Magri non risparmia critiche feroci alla mole di lavoro fin qui prodotta dalla procura, definendo la dinamica dei fatti «tutt’altro che chiara» e costellata da «lacune investigative» che devono essere colmate con urgenza. Le immagini delle telecamere di sorveglianza, che pure avrebbero dovuto fornire un quadro dettagliato dell’aggressione – se di aggressione si è trattato – sono state giudicate utili «solo in minima parte». Un punto nodale della discordia riguarda la famosa telecamera numero 73, posizionata strategicamente nel raggio d’azione dello scontro. La giudice sottolinea come sia «almeno singolare» che proprio quell’apparecchio non abbia registrato nulla e che i problemi tecnici siano stati scoperti solo 23 giorni dopo la tragedia, alimentando il sospetto che qualcuno abbia avuto il tempo materiale per selezionare la realtà da consegnare agli inquirenti. A ciò si aggiunge la consulenza balistica, bollata come «scarsamente attendibile» dalla stessa autorità giudiziaria, che ha ordinato una nuova perizia per far luce sulla traiettoria dei proiettili e sulla distanza reale del killer, elementi fondamentali per verificare la proporzionalità dell’uso dell’arma da fuoco.
La posizione dei legali e il nodo della “posata”
La decisione della gip rappresenta una vittoria importante per il collegio di difesa della famiglia Diarra, composto dagli avvocati Fabio Anselmo, Paola Malavolta, Francesca Campostrini e Silvia Galeone, che avevano strenuamente contestato la richiesta di archiviazione. Loro avevano sempre sostenuto che l’agente non avesse alternative alla fuga o all’uso di mezzi meno letali, e che la reazione fosse stata sproporzionata rispetto a quella che, a conti fatti, si è rivelata essere una «banale posata da tavola» e non un vero e proprio coltello da caccia. Se il ragazzo era in preda a un evidente stato di alterazione psichica – come emerso anche dai primi rilievi – la difesa dell’agente continua invece a sostenere la tesi del pericolo imminente, descrivendo l’intervento come una reazione obbligata in un contesto operativo concitato. Tuttavia, il giudice ha scelto di dare credito alle anomalie segnalate dalla difesa, ordinando accertamenti informatici per tentare di recuperare i filmati mancanti dai computer sequestrati e disponendo l’escussione di nuovi testimoni, oltre alla già citata perizia balistica indipendente.
Il retroscena delle chat e la “mala gestione” della scena
Un altro aspetto che ha pesato come un macigno sulla bilancia della gip è la gestione della scena del crimine da parte degli stessi colleghi della vittima. Dalle intercettazioni e dai tabulati emerge il sospetto che i due agenti ora finiti nel registro degli indagati per depistaggio abbiano concordato una versione dei fatti non perfettamente aderente alla realtà, forse alterando la posizione degli oggetti o fornendo dichiarazioni false per coprire l’operato del collega. L’ordinanza parla chiaramente di «false dichiarazioni, concordate» e di una ricostruzione che non convince. L’affidamento degli accertamenti alla Polfer di Verona – di appartenenza dell’indagato – è stato definito dalla stessa magistrata una «scelta investigativa assolutamente censurabile». Si tratta di un passaggio cruciale, perché sposta l’attenzione dal singolo gesto impulsivo a una possibile, più inquietante, azione di sistema volta a orientare la giustizia. Il corpo del ragazzo è ancora conservato nelle celle mortuarie del policlinico di Borgo Roma in attesa di rimpatrio, una procedura che era prevista per maggio ma che questo nuovo sviluppo giudiziario rischia di posticipare ulteriormente, tenendo sospesa la verità su una vicenda che ha segnato profondamente la città scaligera.




