Il gip di Verona rinvia l’archiviazione per la morte di Moussa Diarra e ordina indagini sulla chat degli agenti
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Redazione Interno
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Il fascicolo sulla morte del ventiseienne Moussa Diarra, ucciso da un colpo d’arma da fuoco esploso da un assistente capo della polizia ferroviaria nel piazzale della stazione di Porta Nuova il 20 ottobre 2024, non verrà archiviato. A deciderlo, con un’ordinanza di 54 pagine depositate dal gip Livia Magri, è stata la necessità di fare luce su quella che appare come una “rete di protezione” messa in atto da alcuni colleghi dell’indagato, A.F., nelle ore immediatamente successive al tragico evento. La richiesta di archiviazione, avanzata dalla procura che aveva ricostruito la dinamica nei termini della legittima difesa (o al più dell’eccesso colposo) per fronteggiare l’aggressione del giovane armato di un coltello, è stata dunque respinta; conseguentemente, il giudice ha disposto non solo il prosieguo delle indagini per omicidio colposo, ma anche l’apertura di un nuovo fronte investigativo per concorso in depistaggio.
La “Squadra operativa 2” e lo scambio di filmati in tempo reale
Il fulcro del provvedimento, che ha mandato su tutte le furie il Sindacato italiano unitario lavoratori polizia (Siulp) – con il segretario veronese Davide Battisti che ha attaccato duramente la decisione della gip -1 – risiede nell’analisi dei flussi di comunicazione interna tra gli agenti. Emerge l’esistenza di una chat WhatsApp denominata “Squadra operativa 2”, nella quale, dopo la morte del ragazzo, sarebbero stati condivisi i filmati della videosorveglianza prima ancora che gli stessi venissero ufficialmente acquisiti dalla magistratura. In particolare, l’attenzione si concentra su un collega (identificato come S.C.) che, su richiesta dell’indagato, si sarebbe precipitato a effettuare il download delle immagini della stazione intorno alle 7:50; quest’uomo, spiega la gip, avrebbe agito completamente al di fuori del perimetro delle indagini ufficiali.
La circostanza appare tanto più grave alla luce di un’altra evidenza: la stessa mattina, un ulteriore agente aveva segnalato in chat la rottura delle vetrate della biglietteria, allegando un’immagine della videosorveglianza che ritraeva Moussa Diarra. Questo dettaglio fa sorgere il sospetto che qualcuno stesse monitorando in diretta gli schermi della stazione nei momenti cruciali. Eppure, viene sottolineato nell’ordinanza, nessuna indagine è stata svolta dalla squadra mobile per verificare se qualcuno avesse visto in tempo reale la scena dello sparo, né si è proceduto all’identificazione degli operatori presenti nella sala di controllo.
La telecamera “malfunzionante” e i nodi dell’istruttoria
A rendere ancora più intricata la vicenda – che vede il pm (non ancora riassegnato al fascicolo, come evidenziato dal procuratore reggente Rita Caccamo) costretto a ritornare sugli atti – è il destino dei supporti digitali. Tra le 89 telecamere presenti nello scalo ferroviario, l’unica che quella mattina ha presentato un “malfunzionamento” è proprio la numero 73, vale a dire quella posizionata nel raggio d’azione della sparatoria. Per la gip si tratta di una “inquietante coincidenza” che necessita di verifiche tecniche approfondite; si teme, infatti, che le operazioni di download effettuate dal collega S.C. nelle ore immediatamente successive possano aver compromesso “la qualità e completezza” dei filmati, se non addirittura causato la “sparizione” delle sequenze cruciali.
Sul piano processuale, la decisione del gip rappresenta uno stop netto alla posizione della procura (che nelle scorse settimane aveva chiesto l’archiviazione) e un’apertura alle tesi sostenute dal comitato “Verità e giustizia per Moussa” e dai legali della famiglia. Non solo si dovrà procedere all’identificazione di tutti i membri della chat “Squadra operativa 2”, ma verrà disposta una consulenza informatica approfondita per tentare il recupero dei dati mancanti e sarà rinnovata la perizia balistica.
La salma del ragazzo e le reazioni sindacali
Mentre gli inquirenti preparano le nuove attività (per le quali il tribunale ha concesso una finestra temporale di sei mesi), la vicenda umana del giovane maliano attende ancora un epilogo dignitoso. Sono trascorsi 18 mesi dalla morte, ma la salma di Moussa Diarra è ancora custodita all’obitorio in attesa di fare ritorno in Mali. Secondo quanto riferito da Rachele Tomezzoli del comitato che sostiene la famiglia, si sta cercando di organizzare il trasferimento per maggio, anche se “non è facile” gestire la burocrazia e i fondi necessari. Prima della partenza, è prevista una celebrazione pubblica a Verona, un ultimo atto di memoria prima che il possa finalmente essere riconsegnato ai congiunti.
Sul fronte sindacale, l’aria è di aperto scontro istituzionale. Il Siulp, attraverso un comunicato durissimo, ha contestato l’operato del gip, sostenendo che l’ordinanza avallerebbe una tesi “anomalia” riguardo lo svolgimento delle indagini. Tuttavia, la posizione della gip Magri appare netta: l’oscura dinamica dei fatti, unita alle “anomalie” nella conservazione dei video e alla precoce attivazione di un giro di protezione informale tra gli agenti, rende improrogabile un supplemento di verifica giudiziaria. L’accusa di depistaggio, che aleggiava già nelle memorie della difesa della famiglia, diventa così il nuovo cardine di un’inchiesta che promette di fare piena luce su quanto accaduto quella domenica mattina di ottobre.
Meta Description: Il gip di Verona respinge l’archiviazione per la morte di Moussa Diarra. Indagati due agenti per depistaggio dopo la scoperta di una chat con video condivisi.




