Father Mother Sister Brother, la recensione: la famiglia secondo Jim Jarmusch
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La massima di Lev Tolstoj, secondo cui «tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo», trova un terreno instabile e sfuggente quando applicata ai tre nuclei familiari che Jim Jarmusch esplora in *Father Mother Sister Brother*. La pellicola, da molti definita un'affresco, sembra infatti deliberatamente svincolarsi da categorie così nette, proponendo invece un ritratto in cui felicità e infelicità, serenità e conflitto, non si presentano come stati separati ma come elementi fluidi e coesistenti, talvolta indistinguibili l'uno dall'altro, in quel groviglio che costituisce l'esperienza umana. Jarmusch, regista la cui poetica è da sempre in antitesi rispetto ai ritmi e alle logiche hollywoodiane, costruisce qui un'ode sommessa e profondamente sensibile a un cinema che privilegia la pausa, l'attesa e la profondità dei silenzi piuttosto che l'azione o il sensazionalismo, scegliendo l'introspezione come strumento narrativo principale.
Il peso dei silenzi e il cinema minimalista
Il film, che ha ottenuto il Leone d'oro all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia sollevando non poche polemiche, può essere letto come un esempio paradigmatico di cine-minimalismo. In esso, come osservato da diverse critiche, apparentemente "non succede nulla", se si intende l'azione nel suo senso più convenzionale e dinamico. Eppure, proprio in questa apparente staticità, nella scelta di far pesare i silenzi più dei dialoghi, Jarmusch nasconde e allo stesso tempo svela una riflessione sottile e stratificata sui legami di sangue. Le inquadrature, spesso fisse, e i tempi dilatati diventano il mezzo per osservare ciò che normalmente sfugge: una microespressione, un gesto trattenuto, la distanza fisica tra due persone nello stesso ambiente. È un'arte, quella del regista, che si fonda sull'ellissi e sulla suggestione, costringendo lo spettatore a un ruolo attivo, a colmare gli spazi vuoti con la propria sensibilità.
Le voci dall'interno del racconto familiare
Tra le voci che hanno dato a questo affresco silenzioso c'è quella di Luka Sabbat, il modello e attore franco-americano che, a quasi trent'anni, torna a collaborare con Jarmusch dopo *I morti non muoiono*. Sabbat, parlando del film, ha sottolineato un aspetto cruciale della sua potenza comunicativa, affermando che «chi guarderà il film sentirà il bisogno di parlare con le loro famiglie». Questa dichiarazione coglie il nucleo emotivo dell'opera: al di là delle estetiche minimaliste o dei riconoscimenti festivalieri, *Father Mother Sister Brother* agisce come uno specchio, o meglio, come un catalizzatore che stimola una riflessione personale e intima sullo stato delle proprie relazioni familiari. Il film non impartisce lezioni o fornisce risposte, ma crea uno spazio di risonanza in cui le dinamiche rappresentate – con la loro ambivalenza e complessità – possono riecheggiare nell'esperienza privata di ciascuno.
Un riconoscimento controverso e il valore dell'opera
L'attribuzione del massimo premio della Mostra di Venezia ha inevitabilmente polarizzato il giudizio critico, con una parte dell'opinione specialistica che lo ha ritenuto immeritato in un contesto competitivo ricco di proposte diverse. Tuttavia, al di là delle contestazioni sulla giuria e sul palmarès, l'opera va valutata per ciò che è: una meditazione cinematografica coerente e radicale sul tema della famiglia, portata avanti con un linguaggio estremo e anti-commerciale. Jarmusch, fedele a sé stesso, non concede nulla alle esigenze narrative più convenzionali, spingendosi invece verso un'estrema essenzialità formale che è al contempo la sua forza e il suo scoglio per il grande pubblico. Quello che resta, dopo la visione, non è una trama da raccontare, ma un'atmosfera, una serie di impressioni e un invito, come suggerito da Sabbat, a riannodare, almeno idealmente, i fili di un dialogo con le proprie radici.




