Jim Jarmusch vuole la cittadinanza francese, una scelta d'arte e di vita

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il regista americano Jim Jarmusch, mentre promuoveva il suo ultimo lavoro cinematografico, ha rivelato con schiettezza di aver avviato le pratiche per ottenere il passaporto francese. La decisione, annunciata ai microfoni della radio pubblica France Inter, non nasce da un capriccio momentaneo ma sembra scaturire da un legame profondo, coltivato nel tempo, con la cultura e il cinema transalpino. Jarmusch, che ha da poco ricevuto il Leone d'Oro alla Mostra del Cinema di Venezia, ha dichiarato di cercare "un luogo che mi permetta di evadere dagli Stati Uniti", utilizzando un verbo che evoca il desiderio di una fuga non tanto fisica, quanto forse culturale o esistenziale. La Francia, con Parigi e il ricco humus della Nouvelle Vague, rappresenta da sempre un faro per molti cineasti, e per lui, che ne ha assorbito l'influenza fin dagli esordi, diventarne cittadino costituirebbe un riconoscimento formale di un'appartenenza di fatto già vissuta.

Un legame che viene da lontano

L'amore di Jarmusch per l'Europa e per la Francia in particolare non è una novità, essendo un dato biografico e artistico che ha sempre accompagnato la sua carriera. Il suo cinema, del resto, è per molti versi un cinema "nomade", che ha spesso attraversato confini geografici e stilistici, assorbendo suggestioni da diversi paesi. L'ultimo film, "Father Mother Sister Brother", è stato girato in gran parte proprio in territorio francese, e anche il prossimo progetto del regista si svilupperà lì, a conferma di un radicamento creativo che ora trova un corrispettivo nella sfera legale e personale. Il desiderio di un doppio passaporto, quindi, appare come la logica conseguenza di un percorso in cui vita e arte si intrecciano inestricabilmente, dove la scelta di un set o di una location diventa espressione di una più ampia affinità elettiva.

Il significato di una "evasione"

Quando Jarmusch parla di "evadere dagli Stati Uniti", le sue parole – sebbene possano suonare forti – vanno probabilmente interpretate al di là di una semplice contrapposizione politica immediata. La sua dichiarazione arriva in un momento storico particolare, con Donald Trump di nuovo presidente degli Stati Uniti, ma sembra riferirsi a una dimensione più ampia e personale. L'"evasione" cui allude potrebbe essere letta come la ricerca di uno spazio di libertà artistica e intellettuale, di un rifugio in una tradizione culturale che ha sempre considerato affine. È come se il cineasta volesse formalizzare, attraverso un documento, quel senso di "altrove" che ha sempre alimentato la sua poetica fatta di personaggi marginali, storie fuori dagli schemi e un' estetica volutamente anti-hollywoodiana.

Una scelta in divenire

Le procedure per l'acquisizione della cittadinanza sono complesse e richiedono tempo, ma la volontà del regista appare chiara e motivata. Jarmusch ha espresso il profondo onore che proverebbe nel ricevere il passaporto francese, sottolineando come la cultura del paese sia "ancorata" a lui. Questa immagine suggerisce un attaccamento solido, quasi fisico, che va ben al di là di una simpatia passeggera. La sua storia, d'altronde, parla da sé: un americano che ha fatto dell'Europa, e della Francia in particolare, non solo una fonte d'ispirazione ma una seconda casa creativa, al punto da volerla rendere ufficiale. La decisione, in attesa degli sviluppi burocratici, resta dunque un potente statement sulla natura transculturale dell'arte e sulla possibilità per un autore di sentirsi cittadino del mondo, o almeno di più mondi.

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