Venezia 2025, il Leone a Jarmusch e le polemiche che dividono il cinema
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’ottantaduesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia si è chiusa, come spesso accade, trascinando nella sua scia un corteo di polemiche e di malumori, i quali, sebbene abbiano una natura per lo più politica, sembrano riflettere una frattura culturale più profonda e generalizzata. Il palmarès, che ha visto trionfare il meditato e frammentario "Father Mother Sister Brother" di Jim Jarmusch con il Leone d’Oro, ha infatti scontentato quasi tutti, polarizzando il pubblico e la critica in maniera netta e irrevocabile.
Molti, in particolare, storcevano il naso già alla vigilia dell’assegnazione del premio massimo, quando nel tradizionale "Toto Leone" si dava per favoritissima "The Voice of Hind Rajab" di Kaouther Ben Hania, opera dal fortissimo impatto umano e dal largo consenso critico. La pellicola, costruita a partire dalle strazianti registrazioni delle telefonate della bambina intrappolata a Gaza, rappresentava per molti il simbolo stesso di un’edizione che non poteva esimersi dal confronto con le tragedie contemporanee, configurandosi come un documento di cruda e necessaria attualità.
La scelta della giuria, presieduta da un nome di indiscusso prestigio, ha invece premiato la poetica degli oggetti quotidiani e la narrativa distaccata e episodica di Jarmusch, il quale, attraverso le storie di una famiglia disfunzionale, restituisce un affresco sull’isolamento e sulla memoria. In un momento significativo del film, ambientato in un New Jersey avvolto dalla neve, un anziano padre – interpretato da un superbo Tom Waits – riceve dopo anni la visita dei due figli, in una sequenza carica di silenzi e di cose non dette che forse spiega le ragioni di una vittoria inaspettata ma non del tutto immeritata.




