Venezia 82, un festival che interroga il tempo e premia Jarmusch

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La domanda essenziale e spiazzante che rimbalza dagli schermi del Lido, «Di chi sono i nostri giorni?», ha costituito il leitmotiv non dichiarato di un’edizione che, pur nella sua eterogeneità, ha mostrato una sorprendente coesione tematica. Molte delle opere presentate in concorso, ciascuna con il proprio linguaggio e la propria poetica, hanno ruotato attorno a quel medesimo interrogativo esistenziale, spingendo lo spettatore a riflettere sull’uso del tempo che gli è concesso, come nel caso del personaggio interpretato da George Clooney nel film di Jay Kelly.

Nonostante le numerose tensioni e le attese per un finale polemico, la giuria presieduta da Alexander Payne ha compiuto quello che molti hanno definito un “mezzo miracolo”, riuscendo a deliberare un palmarès in grado di accontentare la maggior parte degli osservatori. Le premesse, del resto, lasciavano presagire ben altro, come dimostravano le lacrime del direttatore artistico Alberto Barbera durante la presentazione del film The Voice of Hind Rajab.

A sigillare l’edizione è stato il riconoscimento più ambito, il Leone d’oro, assegnato a sorpresa a Jim Jarmusch per Father Mother Sister Brother. Il regista, alla sua prima esperienza in concorso nella laguna, ha commentato la vittoria con un genuino e sorpreso «Oh shit», ammettendo poi di non aspettarselo affatto, tanto da aver auspicato, nei giorni precedenti, un futuro per i festival senza competizioni. Un paradosso che ha reso il suo trionfo ancor più significativo.

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