Netanyahu ringrazia Trump per la liberazione di Alexander, mentre Gaza torna sotto le bombe
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
«Questo è un momento molto toccante: Edan Alexander è tornato a casa. Lo abbracciamo e abbracciamo la sua famiglia». Con queste parole, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha commentato la liberazione del soldato israelo-americano, detenuto per 584 giorni dalla milizie di Hamas a Gaza. Secondo il leader israeliano, il risultato è stato possibile grazie alla «pressione militare» di Israele e all’intervento politico del presidente americano Donald Trump, definendoli «una combinazione vincente».
La notizia del rilascio, che ha suscitato un’ondata di sollievo in Israele, è arrivata all’indomani dell’incontro tra l’inviato speciale Usa per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e i familiari degli ostaggi ancora prigionieri a Tel Aviv. «Spero che questo sia un raggio di speranza per tutti gli altri», ha dichiarato Witkoff, mentre si muoveva tra la folla radunata in Piazza degli Ostaggi. Ma l’ottimismo è stato di breve durata: già nelle ore successive, i bombardamenti israeliani sono ripresi con intensità su Gaza, colpendo anche strutture sensibili come l’ospedale europeo a Khan Yunis e il complesso del Nasser, dove due pazienti hanno perso la vita.
L’obiettivo dichiarato delle operazioni militari era Mohammad Simwar, nuovo capo di Hamas dopo la morte del fratello Yaya. Intanto, Netanyahu ha ribadito la volontà di non fermare le operazioni belliche, aggiungendo di essere alla ricerca di paesi disposti ad accogliere i palestinesi in fuga dalla Striscia.
Sul fronte diplomatico, emergono dettagli sui retroscena che hanno portato alla liberazione di Alexander. Secondo quanto rivelato da fonti citate da Axios, i negoziati sarebbero partiti da un messaggio consegnato da un esponente di Hamas a Bishara Bahbah, ex presidente di ‘Arab Americans for Trump’, figura chiave nel mediare tra le parti. Un passaggio che conferma il ruolo svolto da Washington, sebbene Netanyahu abbia preferito attribuire il merito principalmente alla linea dura israeliana.




