Dalla sponda africana all'Unione: il piano italiano per i rimpatri e le reazioni spagnole
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Redazione Esteri
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Il governo italiano prova ad allargare il perimetro del dibattito europeo sulla migrazione, portando a Bruxelles la proposta di istituire hub per il rimpatrio dei migranti nei Paesi terzi, ricalcando in qualche modo il modello sperimentato in Albania.
L'iniziativa, destinata ad animare la riunione straordinaria dei ministri dell'Interno dell'Unione convocata per martedì, arriva mentre crescono le tensioni diplomatiche con la Spagna, alimentate da una sentenza della Corte suprema di Madrid che, secondo le fonti di governo italiane, rischia di minare l'efficacia delle politiche di controllo alle frontiere esterne dello spazio Schengen.
La strategia italiana per i "return hub"
Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi presenterà ai colleghi europei la linea già illustrata nei mesi scorsi dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che punta a ottenere un impegno concreto dell'Unione nella creazione di centri di trattenimento al di fuori dei confini continentali. L'elemento di novità, rispetto alle precedenti interlocuzioni, risiede nella volontà di destinare prioritariamente queste strutture all'Africa, individuando così una rotta geografica che possa intercettare i flussi in partenza dal continente prima che raggiungano le coste mediterranee.
Fonti di governo hanno confermato che l'obiettivo è quello di utilizzare fondi comunitari per realizzare gli hub, trasformando un esperimento bilaterale in una politica condivisa che coinvolga tutti i 27 Stati membri. La proposta, anticipata dai principali quotidiani nazionali, si inserisce in un contesto di pressioni crescenti lungo le frontiere meridionali, dove gli arrivi via mare continuano a rappresentare una sfida logistica e politica per le amministrazioni locali e per quelle centrali.
Il via libera della Commissione europea
Dalla sede della Commissione Ue è arrivato un segnale di apertura che ha rafforzato le convinzioni del governo italiano, sebbene la cautela resti la parola d'ordine negli ambienti diplomatici di Palazzo Chigi. Il portavoce dell'esecutivo comunitario ha dichiarato che i prossimi passi per la realizzazione di "return hub congiunti" in Africa e nei Paesi extraeuropei del Mediterraneo spettano alle singole nazioni, lasciando intendere che l'approccio italiano potrebbe trovare spazio in una strategia più ampia, senza tuttavia tradursi in un obbligo vincolante per tutti i membri.
Questa posizione, pur non rappresentando un'autorizzazione formale, offre a Roma un margine di manovra per sollecitare un dibattito operativo, spostando l'attenzione dalle dichiarazioni di principio alla definizione di protocolli tecnici e giuridici che regolino l'identificazione, la detenzione e il rimpatrio dei soggetti privati dei requisiti per ottenere protezione internazionale.
Le frizioni con Madrid e la sentenza sulla "entrada a nado"
Il quadro europeo si complica, però, a causa delle forti critiche sollevate dal governo spagnolo, che ha manifestato più di una perplessità sulla filosofia che sottende al progetto italiano. La tensione tra i due esecutivi si è acuita in seguito a una pronuncia della Corte suprema spagnola, la quale ha stabilito che i migranti che raggiungono il territorio nazionale a nuoto non possono essere respinti, una interpretazione giurisprudenziale che, secondo le fonti italiane, rischia di trasformarsi in un precedente pericoloso per l'intero sistema di frontiera europeo.
Madrid, dal canto suo, sostiene che le politiche di accoglienza debbano basarsi su parametri diversi e che la creazione di hub in Africa, per quanto condivisibile in linea teorica, vada contestualizzata in un accordo più ampio che includa anche la redistribuzione interna dei richiedenti asilo.
A complicare ulteriormente le relazioni tra i due Paesi si aggiungono le annose questioni legate al controllo del Sahara occidentale e le recenti misure di regolarizzazione adottate dalle autorità spagnole, che hanno interessato mezzo milione di immigrati, in gran parte provenienti dal Sudamerica, e che hanno indotto Marocco e Algeria a rivedere le proprie posizioni sui flussi attraverso lo Stretto di Gibilterra.
Il contesto delle pressioni migratorie e le prossime mosse
L'impulso dato dall'Italia alla discussione sui centri di rimpatrio trova origine anche nelle recenti emergenze registrate lungo le rotte mediterranee, dove la combinazione tra instabilità politica nei Paesi di transito e cambiamenti climatici sta determinando un aumento costante delle partenze.
Il modello Albania, che prevede la gestione di strutture dedicate sul territorio di uno Stato non membro dell'Unione, viene presentato come un test utile per valutare la sostenibilità operativa di interventi analoghi su scala più ampia, considerando che la cooperazione con Tirana ha già prodotto alcuni risultati in termini di accordi bilaterali per il controllo delle partenze.
Tuttavia, la strada verso una posizione comune appare ancora irta di ostacoli, poiché diversi governi europei guardano con scetticismo all'idea di esternalizzare le procedure di asilo, temendo che ciò possa indebolire le garanzie previste dal diritto internazionale e dalle convenzioni sui rifugiati.
La riunione di martedì servirà pertanto a sondare la disponibilità degli Stati membri a finanziare e ospitare i nuovi hub, mentre la diplomazia italiana lavora per raccogliere consensi tra i Paesi del Mediterraneo orientale e quelli del Nord Europa, tradizionalmente più sensibili alle tematiche umanitarie ma anch'essi alle prese con un incremento delle domande di protezione.
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