L'acquisto dell'auto usata e il rischio concreto di una truffa: l'83% degli italiani teme raggiri, un veicolo su due nasconde anomalie

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il mercato delle vetture di seconda mano, che in Italia continua a registrare un volume di passaggi di proprietà ben superiore a quello delle immatricolazioni di auto nuove, si conferma un terreno particolarmente insidioso per i consumatori. Secondo un’indagine condotta da CARFAX, società specializzata nella verifica della storia dei veicoli, la stragrande maggioranza degli automobilisti – l’83% – vive l’esperienza dell’acquisto di un’auto usata con un livello di preoccupazione tale da percepirlo come un percorso irto di ostacoli, dove il confine tra un affare e una vera e propria frode è spesso molto sottile. Questo allarme, emerso in occasione della Giornata Mondiale dei Diritti dei Consumatori, non rappresenta una mera sensazione diffusa ma trova un solido riscontro nei dati oggettivi: una percentuale significativa delle vetture in circolazione, circa una su due, presenta delle anomalie nella propria storia che vengono sistematicamente occultate al momento della vendita, ingannando anche l’acquirente più attento.

Le paure degli acquirenti e la concreta frequenza dei raggiri

Analizzando nel dettaglio la psicologia dell’acquirente italiano, emerge una gerarchia di timori ben precisa. Il 70% degli intervistati indica la manomissione del contachilometri, la cosiddetta “truffa del kilometraggio scalato”, come lo spauracchio principale. Subito dopo, con il 67% delle preferenze, si piazza la paura di ritrovarsi tra le mani un veicolo che ha subito danni importanti, magari a seguito di un incidente, riparati in modo approssimativo e mai dichiarati. Seguono, a distanza, le preoccupazioni legate a false dichiarazioni sulla provenienza del mezzo, alla presenza di vincoli o gravami non comunicati e all’utilizzo di documenti falsi. Tuttavia, quando si incrociano queste aspettative con la realtà delle truffe effettivamente subite – e quasi un italiano su cinque (il 19%) dichiara di essere stato vittima di un raggiro – la classifica si inverte. L’inganno più frequente non riguarda i chilometri, ma i danni non dichiarati: il 9% dei consumatori ha scoperto, dopo l’acquisto, che la propria auto celava i segni di un passato traumatico, con costi di riparazione che spesso superano il 50% del valore del mezzo stesso. Un’auto su dodici, secondo i dati di carVertical, risulta essere stata coinvolta in un sinistro grave, una circostanza che ne compromette irrimediabilmente la sicurezza e il valore commerciale.

Il fenomeno dell’internazionalizzazione e le riparazioni opache

A complicare ulteriormente il quadro, rendendo quasi impossibile per il singolo acquirente districarsi nella giungla dell’usato, interviene la crescente internazionalizzazione del mercato. Modelli iconici e di alta gamma, come BMW Serie 3, Audi A8 o Porsche 911, hanno spesso alle spalle un curriculum vitae che conta passaggi in diversi Paesi europei, se non extraeuropei, prima di approdare sul nostro territorio. Questo viavai di veicoli attraverso i confini rende estremamente complessa la tracciabilità del loro reale passato. Come evidenziato da alcune stime, milioni di veicoli ogni anno scompaiono dai registri dell’Unione Europea, finendo talvolta in Paesi con normative meno severe per essere riparati in modo economicamente vantaggioso ma tecnicamente discutibile. Il problema non è rappresentato tanto dai piccoli urti – che riguardano la maggior parte dei veicoli incidentati – quanto dalle vetture dichiarate “perdita totale” dalle assicurazioni. In assenza di una soglia legale univoca in Italia, questi mezzi vengono acquistati all’asta, riparati con interventi minimi e spesso esportati in nazioni dove la memoria dell’incidente si perde, per poi rientrare nel mercato come se nulla fosse accaduto. Il rischio, per chi acquista, è di ritrovarsi con un’auto strutturalmente compromessa, la cui sicurezza in caso di un secondo impatto è seriamente a rischio.

Il caso emblematico della Mercedes acquistata a Reggio Emilia

La distanza tra la percezione del rischio e la dura realtà dei fatti è ben esemplificata da una vicenda giudiziaria che ha avuto luogo a Reggio Emilia e che getta una luce sinistra sulle insidie del settore. Un uomo, nel 2021, aveva acquistato presso una concessionaria una Mercedes C 220 di seconda mano, convinto di aver concluso un affare d’oro considerato il prezzo di 19mila euro, ben inferiore al valore di listino di un modello del genere. La vettura, all’atto della vendita, segnava 90mila chilometri, un dato che lasciava presagire un futuro ancora lungo e senza particolari patemi. Ma nel 2024, a seguito di un inconveniente tecnico al sistema AdBlue, l’uomo si è rivolto a un’officina autorizzata Mercedes: qui, i meccanici, collegando la centralina, hanno scoperto l’amara verità. I chilometri effettivamente percorsi dall’auto non erano 140mila, come segnati sul contachilometri in quel momento, bensì 300mila, il che significava che al momento dell’acquisto la berlina ne aveva già macinati 250mila, 160mila in più di quanto dichiarato.

A questo punto il proprietario, sentitosi raggirato, ha deciso di intraprendere un’azione legale contro il venditore, chiedendo la restituzione della somma versata e un risarcimento danni. La sua battaglia, però, si è infranta contro uno scoglio processuale insormontabile. Il Tribunale di Reggio Emilia ha rigettato il ricorso, condannando l’uomo anche al pagamento delle spese legali. Il motivo? Il termine di due anni per far valere i diritti previsti dal Codice del Consumo, decorrente dalla consegna del bene avvenuta nel dicembre 2021, era scaduto nel dicembre del 2023, ben prima che la truffa venisse alla luce. I giudici, nella sentenza, hanno stabilito che la difformità del veicolo era emersa oltre questo termine perentorio, rendendo di fatto imperseguibile il venditore. L’automobilista, nonostante l’evidente alterazione del chilometraggio – un illecito che avrebbe potuto configurare anche un occultamento doloso – si è visto negare qualsiasi tutela, rimanendo con un’auto dal valore crollato e con l’amaro in bocca per una giustizia che non ha fatto in tempo a raggiungere.

Le strategie difensive dei consumatori tra verifiche e canali ufficiali

Di fronte a un panorama così accidentato, dove l’asimmetria informativa tra chi vende e chi compra è enorme, gli automobilisti italiani stanno affinando le proprie contromisure. La consapevolezza del pericolo ha spinto molti ad adottare comportamenti più prudenti e metodici. Quasi due acquirenti su tre, come rivela l’indagine, verificano la coerenza del chilometraggio confrontando i dati del cruscotto con gli ultimi tagliandi o i certificati di revisione, mentre una percentuale simile richiede di visionare la documentazione di immatricolazione PRA/ACI. Circa la metà dei consumatori controlla il Certificato Digitale di Proprietà, un documento fondamentale per scovare eventuali fermi amministrativi o ipoteche gravanti sul mezzo. Un ulteriore 43%, infine, sceglie di completare il passaggio di proprietà esclusivamente attraverso lo Sportello Telematico dell’Automobilista, privilegiando la tracciabilità e la sicurezza delle procedure ufficiali rispetto a canali meno trasparenti. Queste precauzioni, per quanto lodevoli, non sempre bastano a scongiurare il pericolo, e l’unica arma veramente efficace resta la possibilità di accedere a uno storico certificato e dettagliato del veicolo, che ne sveli l’intera vita passata, inclusi incidenti, passaggi di proprietà e, soprattutto, l’effettiva percorrenza.

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