Ricina, la strage di Pietracatella e i 131 campioni partiti per Berlino
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Redazione Interno
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Nel silenzio polveroso di Pietracatella, un piccolo centro incastonato tra le colline del Molise, si è consumata una tragedia che ha scosso l'opinione pubblica e che ora si appresta a varcare i confini nazionali per cercare risposte scientifiche. La morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia quindicenne Sara Di Vita, avvenuta lo scorso dicembre tra atroci sofferenze e nel più totale sconcerto dei compaesani, ha innescato un'indagine complessa che coinvolge le massime autorità forensi europee.
Il presunto avvelenamento da ricina, una delle tossine più potenti e letali conosciute dall'uomo, ha trasformato la casa di via Risorgimento in un teatro di indagini serrate, culminate in un maxi-sopralluogo che ha visto la partecipazione di decine di agenti e specialisti tedeschi del Robert Koch-Institut, chiamati a far luce su un caso che non ha precedenti nel Vecchio Continente.
L'assalto alla casa di via Risorgimento: quattordici ore di setaccio
Il 30 luglio 2026, gli inquirenti hanno messo in atto un'operazione senza precedenti per la piccola comunità molisana, concentrando l'attenzione sull'abitazione della famiglia Di Vita-Di Ielsi. Per oltre quattordici ore, gli esperti del Robert Koch Institut, affiancati dalla polizia tedesca e dalla squadra mobile di Campobasso, hanno letteralmente passato al setaccio ogni centimetro dell'appartamento, dalla cantina al solaio.
L'ispezione, di una meticolosità quasi maniacale, ha riguardato ogni superficie: i mobili, i divani, i letti, gli indumenti ancora appesi negli armadi e persino le suppellettili più insignificanti. L'obiettivo era uno solo: intercettare eventuali tracce residue della tossina, la ricina, che secondo la Procura di Larino sarebbe stata la causa del decesso della donna e dell'adolescente.
L'attività investigativa, che ha visto avvicendarsi numerosi tecnici e agenti, ha portato al prelievo di centinaia di reperti, un vero e proprio arsenale di prove materiali sigillate e pronte per essere trasferite oltre confine.
I numeri dell'inchiesta: 131 campioni e 200 testimoni ascoltati
Il lavoro certosino degli inquirenti ha prodotto un flusso impressionante di elementi da analizzare. Nel corso del sopralluogo, gli specialisti hanno confezionato ben 131 campioni, prelevati in ogni ambiente dell'abitazione di via Risorgimento, ma anche nell'appartamento della madre di Gianni Di Vita, il capofamiglia, e in un ex granaio che potrebbe nascondere ulteriori indizi sul movente o sulle modalità di esposizione al veleno.
Questo carico di prove è già partito alla volta di Berlino, dove nei laboratori del Robert Koch-Institut verranno sottoposti a esami tossicologici di altissima precisione per accertare la presenza della ricina. Ma l'inchiesta, coordinata dalla Procura di Larino e attualmente formalizzata contro ignoti, non si basa unicamente sugli accertamenti scientifici.
I magistrati hanno infatti avviato un'altrettanto imponente attività investigativa sul campo, che ha già portato all'ascolto di circa 200 persone tra familiari, amici, conoscenti e figure chiave della vita sociale e lavorativa di Pietracatella, nel tentativo di ricostruire ogni tassello della vita delle due vittime prima della tragica scomparsa.
La voce del dolore: il padre di Antonella parla di fiducia
Mentre gli esperti setacciavano la casa in cui la figlia e la nipote avevano perso la vita, il padre di Antonella Di Ielsi ha affidato a Morning News il suo stato d'animo, commentando con un misto di speranza e rassegnazione l'operazione in corso. "Ho avuto sempre fiducia" – ha dichiarato l'uomo, visibilmente provato ma determinato a sostenere il lavoro della giustizia. Una fiducia che ora si appunta tutta sugli accertamenti dei laboratori tedeschi, considerati l'eccellenza mondiale in materia di rilevamento di agenti biologici.
Il suo sguardo, che incrocia quello dei cronisti, cerca di intravedere una luce in fondo a un tunnel di dolore e interrogativi, affidandosi al rigore della scienza per avere quelle risposte che, fino a oggi, sono sembrate sfuggire a ogni logica.
Un caso unico in Europa: il mistero della tossina letale
Le parole degli investigatori tedeschi non lasciano spazio a dubbi sulla portata eccezionale della vicenda. Per gli esperti del Robert Koch Institut, il caso di Pietracatella rappresenta "un caso unico in Europa" per la sua natura e per le modalità di esposizione. Christian Herzog e Sylvia Worbs, i due massimi esperti incaricati delle analisi, si trovano davanti a un enigma tossicologico di rara complessità, non solo per la letalità dell'agente inquinante, ma anche per il contesto familiare e domestico in cui si è manifestato.
La ricina, infatti, non è una sostanza che si trova comunemente in ambienti civili, e la sua comparsa in un tranquillo paese del Molise ha destato la preoccupazione degli investigatori, costretti a vagliare ipotesi che spaziano dall'assunzione involontaria a gesti deliberati. La sfida per gli scienziati tedeschi è duplice: non solo confermare la presenza del veleno nei reperti prelevati, ma anche tentare di ricostruire la dinamica che ha portato al tragico epilogo, stabilendo quando e come il tossico sia entrato in contatto con le due vittime.
I due binari dell'inchiesta della Procura di Larino
Mentre i campioni viaggiano verso la Germania, l'inchiesta della Procura di Larino, tenacemente guidata dal procuratore capo, procede su due binari paralleli e complementari. Da un lato, si attende il responso scientifico che potrà fornire le prove materiali della contaminazione e, si spera, la sua origine. Dall'altro, il lavoro certosino degli inquirenti italiani prosegue nel tentativo di ricostruire la rete di relazioni e i movimenti delle due vittime nei giorni precedenti la morte.
La mole di testimonianze raccolte, circa 200, testimonia l'ampiezza dell'inchiesta, che non ha trascurato alcuna pista. Ogni dettaglio, ogni frequentazione, ogni abitudine alimentare o di acquisto delle due donne viene vagliato con attenzione, nella speranza di trovare un filo conduttore che porti a una svolta.
L'attività investigativa, però, è avvolta dal massimo riserbo, gli inquirenti non rilasciano dichiarazioni ufficiali e il fascicolo rimane gelosamente custodito, mentre la comunità di Pietracatella trattiene il fiato in attesa di una verità che, si spera, possa finalmente ricomporre le macerie di un lutto che sembra non trovare pace.
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