Elisabetta Gualmini lascia il Pd e passa con Azione di Calenda, l’eurodeputa sceglie Renew Eu
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Redazione Interno
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La crepa, quella che da mesi attraversava trasversalmente l’area riformista del Partito democratico, si è infine allargata fino a provocare una frattura netta. Elisabetta Gualmini, eurodeputata rieletta nel 2024 e già vicepresidente dell’Emilia-Romagna nella prima giunta guidata da Stefano Bonaccini, ha comunicato in queste ore – con una nota scritta e indirizzata ai colleghi di partito, prima ancora che attraverso i canali ufficiali – la propria irrevocabile decisione di abbandonare la delegazione dem a Strasburgo e Bruxelles. Una scelta, l’ha definita lei stessa, «molto sofferta ma altrettanto convinta», maturata al termine di un lungo periodo di distanza dalla linea politica imposta dalla segreteria nazionale e, in particolare, dalla segretaria Elly Schlein. L’annuncio formale è atteso per lunedì prossimo, quando Gualmini terrà una conferenza stampa nella capitale belga per spiegare i termini del proprio addio; nel frattempo, però, il suo approdo ad Azione – e di conseguenza l’adesione al gruppo liberal-centrista di Renew Europe – viene dato da più fonti parlamentari e giornalistiche come ormai definito, salvo imprevisti dell’ultima ora. Con questo movimento, che si concretizzerà presumibilmente già in tempo per la plenaria di metà marzo, l’eurodeputata modenese diverrà l’unica rappresentante italiana all’interno della famiglia liberale europea, colmando quel vuoto che le elezioni del 2024 avevano lasciato aperto a causa del mancato raggiungimento del quorum da parte delle liste di Carlo Calenda e Matteo Renzi.
Il contrasto con la segretaria e le ragioni di un divorzio annunciato
Il dissenso, va detto, non era affatto sopito né celato. Già durante la direzione nazionale del Partito democratico tenutasi nei giorni scorsi, la stessa Gualmini – assieme ad altri esponenti dell’ala riformista, su tutte Pina Picierno – aveva sollevato interrogativi non liquidabili come semplici scaramucce interne: «C’è ancora posto per noi riformisti di cultura liberaldemocratica dentro il Pd?», si era chiesta pubblicamente, quasi a voler sollecitare una risposta che però non è mai arrivata, o almeno non è arrivata nella forma e nella sostanza che l’eurodeputata auspicava. Il punto di rottura definitivo, stando a quanto ricostruito, sarebbe stato raggiunto in occasione della campagna referendaria sulla giustizia, quando il partito – attraverso alcuni suoi canali di comunicazione ufficiale – aveva equiparato il voto per il Sì a una posizione politica quantomeno ambigua, se non apertamente fascistoide. Gualmini, che non usa mezze misure neppure nei commenti privati divenuti pubblici, aveva bollato quella iniziativa come «forse il punto più basso di qualsiasi polemica politica», dimostrando quanto il solco tra la propria visione riformista e l’identitarismo spinto della segreteria Schlein fosse ormai incolmabile. Né va dimenticato, per comprendere appieno il disagio dell’europarlamentare, il suo passato amministrativo in Regione: fu proprio lei, da vicepresidente con delega al welfare, a irrigidire i criteri per l’accesso all’edilizia residenziale pubblica, una mossa che all’epoca le attirò critiche feroci dalla sinistra più radicale e che oggi, a posteriori, appare quasi come una prefigurazione di questo strappo. La sua visione politica, insomma, non si è spostata; è stato il partito, ai suoi occhi, ad allontanarsi da lei.
Le conseguenze numeriche e l’effetto domino nell’area moderata
L’addio di Gualmini, al di là delle dichiarazioni ufficiali e dei toni necessariamente pacati che accompagnano questi passaggi, ha un impatto immediato e del tutto concreto sugli equilibri interni al gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo. La delegazione italiana, che fino a ieri era la più numerosa all’interno della famiglia socialista con ventuno membri, scenderà a venti, venendo così raggiunta – e potenzialmente superata, in termini di peso specifico – dalla rappresentanza spagnola. Non è, questa, una questione meramente aritmetica; incide sulla capacità di incidere nelle nomine, nella distribuzione degli incarichi, nella possibilità di orientare le decisioni collettive. Ma c’è di più. Il movimento di Gualmini, raccontano diverse cronache parlamentari -1-4-7, potrebbe innescare un effetto a catena difficile da arginare per la segreteria Schlein. Graziano Delrio, ex ministro ed ex capogruppo alla Camera, da settimane manifesta un’insofferenza crescente: lo si è visto cenare con Matteo Renzi nella Capitale, mantiene rapporti costanti e cordiali con i dirigenti di Italia Viva e, secondo quanto riferito da più testate, si starebbe interrogando sulla propria permanenza in un partito che tende a delegittimare sistematicamente le posizioni moderate, persino su temi istituzionali come il ddl contro l’antisemitismo. Non si tratta, ancora, di un addio formalizzato; ma la temperatura è quella di chi si sta preparando, magari attendendo di vedere l’accoglienza che verrà riservata alla fuoriuscita di Gualmini.
Movimenti inversi e rimescolamenti sul territorio emiliano
E mentre il Partito democratico perde una figura di primo piano nel cuore dell’Emilia rossa, proprio da quella stessa terra – e specificamente da Modena – si intravedono segnali di segno opposto, a dimostrazione che la fluidità del quadro politico attuale non risparmia alcuna area. Matteo Richetti, deputato di Azione e da sempre considerato uomo di fiducia di Carlo Calenda, pare infatti essere entrato in rotta di collisione con il proprio leader nazionale. L’oggetto del contendere, spiegano analisi politiche recenti -1-4, sarebbe la deriva troppo a destra che Calenda avrebbe impresso al partito, allontanandosi da quel perimetro liberal-democratico che pure era stato il tratto distintivo della prima stagione di Azione. Richetti, sul territorio modenese, ha recentemente assunto posizioni in sintonia con il sindaco democratico Massimo Mezzetti e con il presidente della provincia Fabio Braglia, specialmente in merito alla vicenda degli ammanchi finanziari che ha coinvolto la Fondazione di Modena; una scelta di campo, la sua, che stride apertamente con le indicazioni provenienti dalla dirigenza nazionale del partito. Se la Gualmini lascia i dem per approdare tra i liberali, insomma, non è affatto escluso che qualche liberale, nei prossimi mesi, possa intraprendere il cammino inverso. Una girandola di poltrone e di appartenenze che, per il momento, racconta soprattutto la fatica del centro-sinistra italiano – e delle sue propaggini europee – nel trovare una sintesi stabile tra pulsioni identitarie e vocazione maggioritaria.




