Crisi automotive in Europa: arriva il pacchetto da 1,35 miliardi, ma servono più risorse e regole stabili

Crisi automotive in Europa: arriva il pacchetto da 1,35 miliardi, ma servono più risorse e regole stabili
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Redazione Economia Redazione Economia   -   Nel momento in cui l'industria dell'automotive in Europa prova a riscrivere il proprio modello produttivo tra elettrificazione, concorrenza globale e pressione regolatoria sulla sostenibilità, l'Italia mette in campo una nuova leva di politica industriale per arginare la crisi. Il Governo ha infatti sbloccato, attraverso un Dpcm, una parte delle risorse del Fondo automotive, uno degli strumenti centrali per accompagnare la transizione della filiera.

Ma se da un lato arrivano segnali concreti, dall'altro restano sul tavolo annosi problemi legati alla scarsità di risorse e alla complessità burocratica che rischia di vanificare gli sforzi.

Un decreto da 1,35 miliardi: risorse e destinazioni

Il nuovo Dpcm automotive, che ha superato il vaglio della Corte dei Conti e attende la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, programma complessivamente circa 1,35 miliardi di euro del Fondo automotive fino al 2030. Una cifra che, occorre ricordarlo, è il risultato di un lungo e tormentato iter di rimodulazioni. Il Fondo, varato nel 2022 dal governo Draghi, aveva subito un taglio pesante di quasi 4,5 miliardi con la legge di Bilancio 2025, per poi essere reintegrato solo in minima parte.

Inoltre, la dotazione residua di 1,6 miliardi è stata ulteriormente limata per quasi 260 milioni, utilizzati per la copertura del decreto carburanti, portando la cifra all'attuale 1,35 miliardi. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha annunciato un'intesa per reintegrare queste risorse già a luglio, ma dal Tesoro non sono ancora giunte certezze definitive.

La svolta per la filiera: meno sussidi alla domanda, più investimenti produttivi

La scelta politica di fondo, come rivendicato dallo stesso ministro Urso, è chiara e rappresenta una discontinuità rispetto al passato. Il baricentro si sposta: meno sussidi generalizzati e indiscriminati alla domanda, più risorse concentrate sulla filiera produttiva, sulla ricerca e sulla riconversione industriale. Oltre il 70% delle risorse totali, pari a circa 930 milioni di euro, è destinato a strumenti per le imprese.

Nello specifico, circa 630 milioni andranno agli Accordi per l'innovazione, mentre 300 milioni sono riservati ai Contratti di sviluppo e ai nuovi mini-contratti di sviluppo, pensati su misura per le piccole e medie imprese della componentistica che finora hanno faticato ad accedere ai grandi strumenti agevolativi. L'obiettivo è sostenere progetti che guardano al futuro: sistemi di propulsione a basse emissioni, veicoli connessi e autonomi, e riconversione verso tecnologie strategiche.

Incentivi mirati: dai veicoli commerciali al noleggio sociale

Sul fronte della domanda, il decreto introduce una serie di misure selettive che mirano a segmenti specifici e a un rinnovo del parco circolante. Una delle novità più rilevanti riguarda gli incentivi per l'acquisto di veicoli commerciali nuovi (categorie N1 e N2) destinati alle Pmi del trasporto merci, con un fondo di 180 milioni di euro fino al 2030. I contributi variano in base alla massa e all'alimentazione: per i mezzi elettrici a batteria o a idrogeno si può arrivare fino a 20.000 euro con rottamazione, mentre per le alimentazioni tradizionali il contributo, che scende fino a un massimo di 10.000 euro, è sempre subordinato alla rottamazione di un veicolo fino a Euro 4. Tra le altre misure spicca il noleggio sociale a lungo termine, affidato all'ACI, che stanzia 50 milioni per persone fisiche con Isee inferiore a 30mila euro, consentendo loro di accedere a un'auto nuova (Euro 6, fino a 135 g/km di CO2) con un contratto di almeno 36 mesi, a patto di rottamare un vecchio mezzo fino a Euro 4.

L'incognita delle regole e il contesto europeo

Il decreto, sebbene delinei le grandi linee di intervento, presenta ancora un'incognita significativa per le imprese: le regole applicative e i termini per la presentazione delle domande saranno definiti solo con un successivo decreto direttoriale del ministero delle Imprese e del made in Italy. L'industria del settore chiede a gran voce una semplificazione degli strumenti e una revisione dei contratti di sviluppo che tenga conto delle dimensioni medie delle aziende della componentistica.

Il Dpcm sembra andare in questa direzione con i "mini-contratti", ma il diavolo, come sempre, si nasconde nei dettagli che saranno svelati solo con le linee guida di prossima pubblicazione. Un ulteriore confronto sul futuro dell'automotive è atteso per il 14 luglio, quando il tavolo nazionale del settore si riunirà nuovamente al ministero.

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