Cecchini in vacanza, la pista italiana sugli orrori di Sarajevo

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Trieste, negli anni Novanta, non era solo il varco per una speranza, ma anche il punto di partenza per viaggi dell'orrore, meticolosamente organizzati e destinati a chi, pagando ingenti somme, cercava emozioni estreme nelle terre bosniache insanguinate dalla guerra. Da quella porta dei Balcani, secondo le ricostruzioni investigative, si sarebbero mossi alcuni cittadini italiani, i quali, dopo un volo verso Belgrado, venivano condotti con elicotteri o veicoli militari verso le linee d'assedio di Sarajevo o di Mostar. L'obiettivo, che trasfigurava la guerra in un perverso parco dei divertimenti, era semplice e agghiacciante: unirsi ai cecchini delle milizie serbo-bosniache e sparare contro civili inermi. Un "safari" criminale, come è stato definito, dove la preda era l'essere umano, colpito per il brivido di un weekend diverso, per quella che veniva descritta come una fame di adrenalina da soddisfare a qualsiasi costo, persino quello di un'esistenza altrui.

Il "safari" umano sulle colline di Grbavica

Le testimonianze, che oggi tornano a riempire i fascicoli della procura di Milano, dipingono quadri raccapriccianti di uomini, bardati in tute mimetiche nuove di zecca, che scivolavano sulle colline del quartiere serbo di Grbavica, guidati da paramilitari esperti. Da quelle postazioni, affacciate su una Sarajevo stretta nella morsa dell'assedio, i cosiddetti "turisti della morte" prendevano la mira, trasformando la città in un'immensa riserva di caccia. Non si trattava di soldati, ma di individui comuni, alcuni dei quali armati persino con fucili da caccia e abiti civili, che sparavano per puro divertimento, scegliendo le loro vittime tra donne, bambini e anziani, colpevoli solo di attraversare una strada o di affacciarsi a una finestra. Un business dell'orrore, quello dei "cacciatori di uomini", che pare fosse offerto al prezzo di centomila euro a bambino, secondo le dichiarazioni che alimentano l'inchiesta.

L'inchiesta italiana e la caccia ai testimoni

Sulla scia di queste rivelazioni, la Procura di Milano ha avviato un'indagine, coordinata dal pm Alessandro Gobbis e condotta dai carabinieri del Ros, che ipotizza il reato di omicidio volontario aggravato dai motivi abietti. Le autorità bosniache, attraverso la voce del console a Milano Dag Dumrukcic, hanno assicurato la massima collaborazione, esprimendo la speranza che le indagini portino finalmente giustizia e chiarezza su una vicenda a lungo rimasta sepolta. Gli investigatori sono ora alla ricerca di testimoni e documenti che possano confermare, nei dettagli, l'entità e le dinamiche di quei viaggi criminali, un modo di dire che per anni è circolato come una lugubre leggenda prima di approdare sugli scarni atti di un procedimento giudiziario.

Un racconto che supera la finzione

Quella che potrebbe sembrare la trama di una serie televisiva coreana, o un episodio romanzato nella vita del controverso Eduard Limonov, è invece una pagina di storia contemporanea che tocca da vicino l'Occidente, e l'Italia in particolare. La crudeltà di quei fatti, la loro natura quasi inimmaginabile, risiede proprio nella loro concretezza: la trasformazione di un conflitto, con tutto il suo carico di sofferenza, in una macabra attrazione per ricchi in cerca di emozioni forti. Una cosa molto nostra, come è stato osservato, che ora attende il suo verdetto non dalla narrazione, ma dalle aule di un tribunale, dove i fatti dovranno essere provati e le responsabilità, se esistenti, accertate.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.