I cecchini in vacanza, dalla provincia italiana alle colline di Sarajevo
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Trieste, con il suo varco verso Est, divenne il punto di partenza per viaggi il cui orrore, solo oggi, comincia a essere sviscerato dalle inchieste della Procura di Milano. Da quella porta d'accesso ai Balcani, negli anni più bui dell'assedio di Sarajevo, sarebbero transitati anche italiani, uomini comuni provenienti da una vita di provincia, animati non da ideologie ma da un macabro turismo armato. Il loro obiettivo, stando a quanto ricostruito dagli investigatori, non era combattere per una causa, bensì pagare cifre che si aggiravano attorno ai centomila euro per il privilegio di uccidere, trasformando i viali di una città martoriata in un poligono di tiro a cielo aperto dove i bersagli erano esseri umani inermi.
Il meccanismo di un safari criminale
Il percorso, che si snodava attraverso un volo verso Belgrado per poi proseguire, talvolta in elicottero o con mezzi di fortuna, verso le enclave serbo-bosniache di Pale o direttamente verso le linee del fronte a Sarajevo, era organizzato con una precisione che rasentava il professionismo. Questi individui, definibili come "cacciatori di uomini", una volta giunti a destinazione venivano equipaggiati con tute mimetiche, quasi fossero nuove di zecca, e condotti da paramilitari verso le postazioni di tiro che costellavano le alture, come la strategica collina di Grbavica. Lì, affacciandosi sui quartieri cittadini solcati dal fiume Miljacka, potevano scegliere il proprio bersaglio: donne, anziani o bambini, che diventavano prede in un gioco perverso, la cui posta in gioco era la vita umana e il cui unico movente era la ricerca di un'adrenalina distorta.
Le testimonianze e l'inchiesta del Ros
Alcuni di coloro che, in quegli anni, si trovavano nella Sarajevo assediata hanno riferito di aver notato la presenza di questi "tiratori turistici", alcuni dei quali, cosa ancor più inquietante, utilizzavano armi da caccia e indossavano abiti civili, confondendosi in un contesto già di per sé caotico. È su queste testimonianze, e sulla caccia a documenti d'archivio che possano confermare i racconti, che ora punta l'inchiesta dei carabinieri del Ros, i quali, sotto la regia del pm Alessandro Gobbis, stanno cercando di dare un volto e un nome a quelle figure evanescenti. L'ipotesi di reato attorno alla quale si articola l'indagine è quella di omicidio volontario aggravato dalla abiettezza dei motivi, un capo d'accusa grave che riflette la natura gratuita e brutale di quelle uccisioni.
La collaborazione internazionale per la giustizia
Dal canto suo, il governo bosniaco, attraverso le parole del console a Milano Dag Dumrukcic, ha assicurato la massima collaborazione alle autorità italiane, un segnale politico importante per un'indagine che deve necessariamente superare i confini nazionali. La speranza, come espresso dallo stesso console, è che dalle attività investigative possa scaturire finalmente un quadro di verità, restituendo un senso di giustizia per fatti che per troppi anni sono rimasti sepolti nel silenzio e nell'impunità che spesso segue i conflitti. Le stesse dinamiche, sebbene l'attenzione si concentri su Sarajevo, sembrano essere state replicate in altri teatri di guerra bosniaci, come Mostar, dove secondo alcuni resoconti furono avvistati altri "turisti" armati, suggerendo che il fenomeno non fosse limitato a un'unica area.




