La riforma della Giustizia passa alla Camera tra le polemiche, mentre infuria il dibattito su Gaza

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’Aula di Montecitorio ha approvato in terza lettura, con 243 voti favorevoli e 109 contrari, la riforma della Giustizia fortemente voluta dal governo, la quale, sebbene abbia ottenuto il via libera, non ha raggiunto la maggioranza qualificata dei due terzi che le avrebbe evitato il referendum confermativo. Il testo, che ora è atteso al Senato per la quarta e decisiva votazione, è stato approvato in un clima di forte tensione, con l’opposizione che ha contestato aspramente la misura, arrivando a occupare simbolicamente l’emiciclo per protesta contro la posizione dell’esecutivo sul conflitto a Gaza, un tema che ha finito per intrecciarsi, in modo quasi paradossale, con il dibattito istituzionale.

Il cuore della riforma, presentata lo scorso 13 giugno dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, risiede nella netta separazione delle carriere fra i magistrati giudicanti e quelli requirenti, una modifica che i critici interpretano come un sostanziale azzeramento del potere del Consiglio superiore della magistratura, storico baluardo – secondo molti – dell’autonomia della giurisdizione dall’influenza politica. Il disegno di legge è passato senza che venisse modificato neppure un rigo rispetto alla sua stesura originaria, nonostante le accese discussioni che hanno caratterizzato l’iter parlamentare.

Proprio le modalità del voto hanno offerto uno spettacolo inconsueto e, per molti osservatori, rattristante, con esponenti della maggioranza che hanno esultato platealmente per l’approvazione di un provvedimento che ridisegna profondamente i delicati equilibri costituzionali tra i poteri dello Stato. La discussione in Aula si è trasformata in una rissa verbale, punteggiata da toni accesi e minacce, segno di una frattura politica che appare sempre più incolmabile.

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