Prezzi dei voli alle stelle per la guerra in Iran, scatta il supplemento carburante: aumenti fino al 30%

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’escalation militare in Medio Oriente, con il conflitto che si è allargato all’Iran e le conseguenti operazioni belliche che vedono coinvolti anche Stati Uniti e Israele, sta producendo effetti a catena sull’economia globale, e il settore del trasporto aereo è tra i primi a subire il contraccolpo. Il prezzo del cherosene, il carburante necessario per gli aerei, ha subito un’impennata vertiginosa, pressoché raddoppiando nel giro di poche settimane, e molte compagnie aeree, per far fronte a questo incremento dei costi operativi, hanno già introdotto o annunciato l’introduzione di un supplemento carburante, il cosiddetto fuel surcharge, che si traduce in un rincaro immediato del prezzo dei biglietti. L’indice di riferimento internazionale per i prodotti petroliferi raffinati, infatti, ha visto il carburante per aerei raggiungere quota 174 dollari al barile, una cifra che rappresenta quasi il doppio rispetto ai valori registrati all’inizio dell’anno, e gli analisti prevedono che questa tensione sui prezzi potrebbe perdurare per diversi mesi, anche in caso di un ipotetico, e al momento imprevedibile, allentamento delle ostilità.

Rotte alternative e domanda impazzita: un doppio effetto sul prezzo finale

Alla base di questi rincari, che si attestano su una media del 10-15% ma che in alcuni casi, specialmente per le tratte intercontinentali, possono raggiungere punte del 30%, non c’è soltanto il costo della materia prima. Un fattore determinante, spiegano gli esperti del settore, è la necessità per i vettori di ridefinire completamente le rotte, evitando lo spazio aereo di paesi come l’Iran e l’Iraq e, di conseguenza, anche gli scali negli hub del Golfo Persico, da Dubai a Doha, la cui operatività risulta fortemente limitata, ferma a poco più della metà della capacità abituale. La chiusura virtuale di queste rotte, un tempo snodi fondamentali per i collegamenti con l’Oriente e l’Asia, crea un imbuto: i passeggeri, magari bloccati alle Maldive o in Vietnam dopo la cancellazione dei voli di ritorno, si riversano sui pochi collegamenti alternativi ancora disponibili, facendo schizzare la domanda e, conseguentemente, le tariffe. Il gruppo Air France-Klm, per fare un esempio concreto, ha comunicato un aumento di 50 euro sui voli a lungo raggio in classe economy, una decisione presa, stando alle parole di un portavoce, per compensare l’aumento significativo e improvviso del prezzo del carburante, una misura analoga a quella adottata da altre realtà come la scandinava Sas, la Cathay Pacific, Air India e Qantas.

L’impatto sulleconomia italiana e le prime reazioni politiche

Questo scenario di turbolenza energetica si ripercuote inevitabilmente anche sul tessuto economico italiano, dove l’80% delle merci viaggia su gomma: l’aumento del prezzo del gasolio, che in alcune regioni ha già toccato i 2 euro al litro, sta generando un’onda lunga di rincari che potrebbe investire molti settori, dall’edilizia ai beni alimentari. Il governo, dal canto suo, pur consapevole di queste dinamiche, si trova a dover gestire una crisi complessa. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, torna a ripetere in queste ore l’intenzione di voler alzare le tasse per colpire le aziende che, a suo dire, speculano sulla crisi energetica innescata dal conflitto, ma dall’esecutivo filtra la certezza che non si procederà a un taglio delle accise sui carburanti, una misura che pure in passato era stata utilizzata per tamponare situazioni emergenziali. Nel frattempo, per cercare di alleviare le tensioni sul mercato petrolifero, l’Italia ha aderito allo sblocco delle riserve strategiche d’emergenza, mettendo a disposizione circa 10 milioni di barili, una quantità pari al 2,5% delle scorte nazionali, una mossa coordinata a livello internazionale per tentare di calmierare i prezzi, sebbene l’effetto concreto di tali operazioni sia spesso limitato e temporaneo.

La miccia dello Stretto di Hormuz e lo spettro di una crisi energetica globale

Il nodo cruciale della crisi, e la ragione principale di questi aumenti vertiginosi, risiede nella posizione strategica dello Stretto di Hormuz, un passaggio obbligato per una parte consistente del greggio mondiale. Le operazioni militari nell’area, e in particolare la minaccia che pende sull’isola iraniana di Kharg, da cui transita oltre il 90% delle esportazioni di Teheran e che rappresenta uno dei bersagli economici più sensibili del conflitto, rischiano di innescare una crisi di approvvigionamento dalle conseguenze potenzialmente devastanti. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha stimato perdite di produzione record, quantificabili in circa 8 milioni di barili al giorno, una sottrazione di offerta senza precedenti che nemmeno il rilascio coordinato di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche dei paesi industrializzati, una mossa storica per dimensioni, riesce a compensare del tutto, e finché il conflitto non mostrerà segni concreti di risoluzione, gli analisti finanziari prevedono che i prezzi del greggio e dei suoi derivati, compreso il carburante per aerei, rimarranno su livelli elevati e sostenuti.

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