«Le fusa sono un’impronta vocale»: lo studio italo-tedesco che riscrive la comunicazione felina e la doppia anima musicale di una scuola calabrese

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   I gatti producono le fusa e noi, quasi sempre, le interpretiamo come un generico segnale di benessere, una sorta di brontolio di pancia diffuso e indistinto. Non è così, o almeno non lo è soltanto. Una ricerca condotta dal Museum für Naturkunde di Berlino, in sinergia con l’Università degli Studi di Napoli Federico II, ha applicato per la prima volta algoritmi di riconoscimento vocale automatico – quelli nati per decifrare il linguaggio umano – alle registrazioni dell’Archivio dei Suoni Animali del museo tedesco, e il risultato sposta l’asse dell’interpretazione acustica del mondo felino -7-8. Le fusa, a differenza del miagolio che cambia timbro, durata e intensità a seconda che si chieda cibo, attenzione o si esprima disagio, mantengono una struttura acustica stabile, quasi una carta d’identità sonora che rende ciascun gatto riconoscibile da un altro con un margine di precisione sorprendente -6-7. Il miagolio, invece, è un linguaggio modellato dalla convivenza con l’uomo: si è fatto flessibile, adattabile, quasi negoziabile; un gatto che vive in appartamento tende a modulare la voce per farsi capire dal proprio umano, mentre le specie selvatiche – si pensi al gatto selvatico africano o al puma – conservano un repertorio vocale più rigido e stereotipato -7. La domesticazione, insomma, non ha scalfito la firma unica e irripetibile delle fusa, anzi l’ha resa forse ancora più preziosa come strumento di identificazione reciproca, un legame che si stabilisce nelle carezze sul divano o nel contatto tra madre e cucciolo subito dopo la nascita.

L’istituto calabrese che ha fatto della musica un’architettura sociale

A Lamezia Terme, un’altra forma di riconoscimento – questa volta collettiva e orchestrale – si insegna tra i banchi di scuola. L’Istituto Comprensivo Gatti-Manzoni-Augruso, sotto la direzione della dirigente scolastica Antonella Mongiardo, ha consolidato un modello didattico che intreccia l’alta formazione musicale con la comunicazione digitale più immediata -2-5. L’istituto, nato dalla fusione di plessi con storie e complessità socio-culturali diverse, ha scelto di non appiattire le differenze ma di trasformarle in risorse: il fiore all’occhiello è la presenza di due orchestre scolastiche, una con sede nel plesso Manzoni e l’altra a Pianopoli, entrambe capaci di collezionare riconoscimenti in concorsi nazionali, a testimonianza di un lavoro che non si limita alla tecnica strumentale ma educa all’ascolto reciproco -2-10. Non è un dettaglio da poco, perché la musica d’insieme richiede una disciplina che non è mai solo individuale, e i ragazzi che suonano insieme imparano a coordinare respiro, attacco e silenzio; un’arte che, nella sua esecuzione, diventa metafora di convivenza civile.

Il Web Magazine e la sfida del selfie-video come antidoto alla distanza

Accanto alle partiture e agli spartiti, l’istituto ha innestato un progetto editoriale che rompe gli schemi della comunicazione scolastica tradizionale. Si chiama Web Magazine, un format digitale a cadenza bimestrale che sceglie un tema portante e lo affronta attraverso i “selfie-video” di esperti, giornalisti, scrittori e persino tecnici dell’intelligenza artificiale -2. Niente regie complesse, niente set allestiti in studio: solo la voce di chi racconta, ripresa con il proprio telefono, in una prossemica che abbatte deliberatamente la distanza tra il relatore e lo studente. Nell’ultimo numero, dedicato ovviamente alla musica, la dirigente Mongiardo ha aperto le danze citando Beethoven – «la musica è qualcosa di ancestrale, di invisibile e inreo» – e subito dopo Antonietta Vincenzo, scrittrice e docente, ha ripercorso la storia di una canzone che qualcuno, in un’epoca buia, provò a fermare -2. Il meccanismo del selfie-video, che potrebbe sembrare un vezzo da social network, diventa così una leva per portare dentro la classe non l’esperto inaccessibile, ma il professionista che si mette in gioco con la stessa immediatezza di un like, dimostrando che la complessità si può raccontare anche con uno sguardo in macchina.

La ricerca scientifica e il doppio registro della voce felina

Tornando ai gatti – che con la loro vocalizzazione ci restituiscono un’altra forma di dualismo comunicativo – il team guidato da Danilo Russo e Mirjam Knörnschild ha evidenziato come la stabilità delle fusa sia, per certi versi, l’esatto opposto della versatilità del miagolio -7. Le fusa sono un’emissione a bassa frequenza, tra i 20 e i 30 hertz, che non richiede neppure una contrazione muscolare attiva: uno studio dell’Università di Vienna, pubblicato su Current Biology, ha dimostrato su laringi di gatto che il tessuto connettivo adiposo presente nelle corde vocali agisce come un peso, rallentando le vibrazioni e permettendo anche a un animale di pochi chili di produrre suoni da elefante -1-9. Ma la ricerca italo-tedesca aggiunge un tassello ulteriore: non solo come fanno le fusa, ma per chi e perché restano uguali. La risposta sta nella relazione: se il miagolio serve a chiedere, a lamentarsi o a salutare quando si aprono le buste del cibo, le fusa servono a dire io sono questo gatto e tu mi riconosci. Un’impronta vocale che, a differenza di quella digitale, non ha bisogno di sensori per essere letta: le basta il contatto, la mano che accarezza, la fiducia che si costruisce in novemila anni di storia comune. E mentre a Lamezia i ragazzi delle orchestre imparano a distinguere il suono del proprio violino da quello del compagno, altrove i ricercatori berlinese ascoltano nastri magnetici vecchi di decenni per capire come un gatto di nome Fritz, registrato negli anni Ottanta, facesse le fusa esattamente come quelle di un micio di oggi.

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