Il “motore” italo-tedesco e il decreto da tre miliardi: Meloni spinge in Europa sulla revisione dell’Ets mentre si limano i bonus da 90 euro
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Redazione Interno
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Il castello fiammingo di Alden-Biesen, incastonato tra i boschi del Limburgo, ha ospitato giovedì un vertice informale dei capi di Stato e di governo dell’Unione Europea il cui obiettivo principale, quello di tracciare una rotta condivisa per la competitività continentale, si scontra con le distorsioni strutturali di un mercato energetico ancora frammentato. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, arrivando nella residenza circondata dai fossati, ha concentrato l’intervento italiano su un nodo che definisce “il più serio” per la sopravvivenza del tessuto produttivo – il costo dell’energia – declinandolo su due livelli distinti ma interdipendenti: la risposta immediata che il governo nazionale si appresta a fornire attraverso un decreto legge atteso per mercoledì 18 febbraio e, parallelamente, la richiesta di una “profonda revisione” degli strumenti regolatori europei, a partire dall’Emissions Trading System. La premier, rispondendo ai cronisti, ha insistito sul fatto che senza la rimozione dei vincoli comunitari – citando la speculazione finanziaria che grava sul sistema delle quote di carbonio e il meccanismo del Cbam – gli sforzi dei singoli Stati rischierebbero di rivelarsi vani. Nel corso della due giorni, attorno alla delegazione italiana e a quella tedesca del cancelliere Friedrich Merz si è aggregato un gruppo esteso di nazioni, una coalizione variabile che comprendeva, tra le altre, Austria, Danimarca, Polonia e Romania; una convergenza, questa, che Meloni ha descritto come un “motore” capace di rilanciare il coordinamento bilaterale senza vocazioni escludenti, menzionando anzi la partecipazione della Francia ai tavoli tecnici come segnale di una dialettica costruttiva.
L’architettura del decreto bollette e il contributo per i nuclei vulnerabili
Mentre la delegazione italiana esponeva a Bruxelles le linee guida di una strategia industriale che attinge ai rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta – definiti dalla stessa presidente “preziosi” per il dibattito in vista del Consiglio Europeo di marzo –, a Roma gli uffici legislativi ultimavano gli emendamenti a un provvedimento il cui peso finanziario, stimato tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro, poggia in larga parte sulla dismissione controllata delle scorte di gas naturale accumulate nell’estate del 2022. Il decreto, la cui bozza circola ormai da giorni tra i dicasteri economici e la Ragioneria Generale dello Stato, destina una quota rilevante delle risorse – circa 315 milioni di euro – a un contributo straordinario “una tantum” di 90 euro per l’anno in corso; una misura, questa, che sarà erogata direttamente in bolletta esclusivamente ai nuclei familiari già beneficiari del bonus sociale, ovvero coloro che possiedono un Indicatore della Situazione Economica Equivalente inferiore ai 15mila euro e che, secondo le stime, rappresentano circa 4,5 milioni di famiglie. Rispetto alle bozze iniziali, il valore nominale dell’aiuto è cresciuto sensibilmente, passando dai 55 euro iniziali fino alla cifra attuale, ma la platea dei destinatari è stata circoscritta in modo più netto; per quanti, invece, pur non rientrando nella fascia del bonus sociale, presentano un Isee non superiore ai 25mila euro, il testo introduce una clausola di natura diversa, non obbligatoria ma rimessa alla discrezionalità dei venditori di energia elettrica, i quali potranno riconoscere – per il biennio 2026-2027 – sconti aggiuntivi sui consumi dei clienti domestici residenti, a patto che il prelievo bimestrale non ecceda 0,5 MWh e quello annuo resti entro i 3 MWh.
La vendita delle riserve strategiche di gas e la correzione del differenziale tariffario
Il perno finanziario dell’intervento, quello che ha richiesto il vaglio più attento della Ragioneria per scongiurare ripercussioni sul debito pubblico, consiste nell’immissione sul mercato di una quota consistente del gas stoccato dal Gestore dei Servizi Energetici e da Snam; volumi, quelli oggetto di dismissione, che secondo le ricostruzioni più accreditate si attestano attorno a 1,2 miliardi di metri cubi per il Gse e a 800-900 milioni per Snam, acquistati durante la fase acuta della crisi ucraina con un prestito intergovernativo e ora rivenduti – a quotazioni medie del Psv di febbraio attestatesi intorno ai 38 euro al megawattora – per generare un incasso stimato in circa 800 milioni di euro. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha escluso che l’operazione possa compromettere la tenuta degli stoccaggi in vista del prossimo inverno, ricordando come l’Italia superi agevolmente l’obiettivo comunitario del 90% di riempimento; i proventi, una volta confluiti nella Cassa per i Servizi Energetici e Ambientali, verranno utilizzati dall’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente per abbattere, nel corso del 2026, le tariffe di trasporto e distribuzione del gas applicate ai clienti finali, con priorità per le utenze industriali caratterizzate da oneri più gravosi. Parallelamente, il decreto tenta di risolvere una delle anomalie più contestate dal sistema produttivo italiano, ovvero il differenziale – che nelle ultime sedute oscillava tra i tre e i quattro euro – tra il prezzo del gas sul mercato spot italiano, il Psv, e quello di riferimento europeo, il Ttf di Amsterdam; la bozza prevede l’istituzione di un servizio di liquidità basato su procedure competitive tra Snam e operatori selezionati, i quali riceveranno un premio per offrire sul mercato quotidiano quantitativi di gas a prezzi allineati al benchmark olandese, azzerando di fatto lo spread.
La rimodulazione volontaria degli incentivi per le rinnovabili e le garanzie sui Ppa
Tra gli articoli del decreto – dodici in totale secondo le bozze – trova spazio anche un tentativo di alleggerimento degli oneri generali di sistema, la voce “Asos” che pesa sulle bollette elettriche per finanziare gli incentivi alle fonti rinnovabili. La soluzione adottata, profondamente diversa dall’ipotesi originaria della cartolarizzazione (abbandonata per il suo impatto sul debito), si configura come uno “spalma incentivi” volontario: i produttori fotovoltaici con potenza superiore ai 20 kW e convenzioni in scadenza a partire dal 2029 potranno aderire a un meccanismo di rimodulazione della tariffa premio, accettando per il periodo compreso tra il secondo semestre del 2026 e la fine del 2027 un incentivo ridotto – nella misura dell’85% o del 70% del valore spettante – ottenendo in cambio una proroga della durata complessiva della convenzione. Sul versante della domanda industriale, l’esecutivo punta invece a irrobustire la piattaforma del Gse per la negoziazione dei contratti di lungo termine a prezzo predefinito, i Ppa, prevedendo strumenti di garanzia pubblica di ultima istanza – supportati anche da Sace – che consentano alle piccole e medie imprese, anche in forma aggregata, di stipulare accordi di durata almeno triennale con i produttori di energia verde, senza che questo comporti nuovi oneri per la finanza pubblica.




