Il “decreto bollette” si scontra con il muro di Bruxelles: stop alla sospensione dell’Ets
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Redazione Economia
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La Commissione europea, nel corso di una settimana segnata dall’escalation della crisi in Medio Oriente e dalle sue ripercussioni sui mercati energetici, ha sostanzialmente affossato l’obiettivo principale del decreto bolletta varato a febbraio dal governo Meloni. L’esecutivo comunitario, attraverso una comunicazione tecnica relativa al nuovo quadro temporaneo sugli aiuti di Stato (il cosiddetto Metsaf), ha chiarito senza mezzi termini che gli Stati membri non possono unilateralmente neutralizzare l’impatto del sistema Ets, il mercato delle emissioni di CO₂, per calmierare i prezzi dell’elettricità.
La mossa, definita da molti osservatori come una “bocciatura indiretta”, arriva proprio mentre il governo cercava di accelerare sull’articolo 6 del provvedimento. Nel mirino di Bruxelles finisce il meccanismo ideato da Palazzo Chigi per trasferire il costo della CO₂ dai produttori termoelettrici (quelli che bruciano gas) direttamente ai consumatori finali; una scelta che, se implementata, avrebbe di fatto annullato il segnale di prezzo del carbonio, principio fondante del Green Deal e perno della transizione ecologica europea. La reazione dei mercati è stata immediata e, per certi versi, paradossale: le società esposte alla transizione energetica, come A2a, Prysmian ed Enel, hanno registrato i migliori rialzi in Borsa -3, interpretando lo stop di Bruxelles come una garanzia per la stabilità degli investimenti nelle rinnovabili e nelle infrastrutture elettriche, laddove la norma italiana aveva invece creato incertezza.
L’analisi di Ecco: un paletto invalicabile per la finanza verde
Secondo l’analisi del think tank Ecco, che per primo ha sollevato il caso, la comunicazione europea non lascia spazio a interpretazioni alternative. Matteo Leonardi, co-fondatore del centro studi sul clima, ha evidenziato come il documento ribadisca la centralità del mercato Ets nella formazione dei prezzi, impedendone qualsiasi forma di elusione a livello nazionale. Bruxelles, pur volendo concedere agli Stati strumenti per arginare l’emergenza bollette (derivante dalla crisi di Hormuz e dai rincari record), ha tracciato una linea rossa netta: gli aiuti non possono cancellare l’obiettivo di lungo termine legato alla decarbonizzazione.
La notazione della Commissione, infatti, richiede che le misure siano temporanee, mirate e, soprattutto, che preservino gli investimenti in energia pulita. L’approccio italiano, che tentava di esentare i produttori di energia da gas dall’onere delle emissioni, è stato quindi giudicato incompatibile; l’esecutivo comunitario ha invece aperto uno spiraglio su un altro fronte, suggerendo di intervenire direttamente sul costo del combustibile (il metano) anziché azzerare la tassa sull’inquinamento.
La reazione del comparto e il “modello iberico”
Il fronte degli industriali dell’energia, rappresentato in parte da Assoidroelettrica, ha accolto con favore la precisazione di Bruxelles. Secondo l’associazione, sussidiare la CO₂ avrebbe creato una distorsione insostenibile; penalizzando di fatto le fonti rinnovabili (come l’idroelettrico) che quei costi non li hanno, o non li dovrebbero sostenere, a favore dei vecchi impianti a gas. La linea emergente dal dialogo con l’Ue sembra spostarsi verso soluzioni già sperimentate in passato, come il “tetto iberico” al prezzo del gas -10, piuttosto che continuare a insistere sulla sterilizzazione dei diritti di emissione.
Per il governo si profila ora la necessità di una riscrittura parziale del provvedimento. La posta in gioco è alta, considerando che l’obiettivo dichiarato era quello di ridurre il divario tra i prezzi italiani e quelli europei dell’elettricità. Tuttavia, l’altolà arrivato dalla Commissione von der Leyen dimostra che l’asse di Bruxelles resta ancorato al principio “chi inquina paga”, quantomeno nel perimetro regolatorio del mercato elettrico, anche di fronte alle emergenze geopolitiche.




