La partita dell’Ets si infiamma, Meloni resta isolata: otto Stati firmano il documento contro la sospensione
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Redazione Interno
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Il pressing dell’Italia per ottenere una sospensione temporanea del sistema europeo di scambio delle quote di emissione, l’Ets, si è infranto contro un muro alzato da otto Paesi membri. Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia, Spagna, Svezia e Paesi Bassi hanno firmato un non-paper congiunto, depositato alla vigilia del Consiglio Europeo del 19 e 20 marzo, in cui respingono con decisione l’ipotesi di congelare il meccanismo che considera il costo del carbonio. Il documento, pur nella sua natura informale, rappresenta un atto politico chiarissimo: per questi governi l’Ets è e resta “la pietra angolare della politica climatica dell’Ue”, e metterne in discussione la tenuta – spiegano i firmatari – costituirebbe un passo indietro preoccupante sul piano dell’ambizione ambientale, ma anche un danno economico, perché indebolirebbe i segnali di prezzo che guidano gli investimenti. La premier Giorgia Meloni, che aveva chiesto l’intervento urgente di Bruxelles per alleviare il peso delle bollette, si ritrova così in una posizione di minoranza, con il fronte dei contrari che si allarga e si consolida.
La difesa dell’architettura verde europea
I ministri e i diplomatici dei Paesi contrari alla sospensione non usano mezzi termini. L’Ets, si legge nel testo diffuso mercoledì, non è soltanto uno strumento efficace per ridurre le emissioni, ma è anche “economicamente sostenibile” e garantisce all’industria quella flessibilità necessaria per raggiungere gli obiettivi climatici senza traumi. Modificarlo in modo profondo, o peggio sospenderlo, significherebbe distorcere le condizioni di concorrenza e penalizzare tutte quelle aziende, e sono centinaia in Europa, che hanno già investito nella decarbonizzazione confidando sulla stabilità del quadro normativo. La vicepresidente della Commissione Teresa Ribera, del resto, aveva già messo le mani avanti nei giorni scorsi, definendo l’ipotesi di un “bollito” dell’Ets un errore madornale. E Ursula von der Leyen, pur riconoscendo la necessità di una modernizzazione del sistema, ha ribadito in aula all’Europarlamento che senza questo mercato del carbonio l’Europa brucerebbe oggi cento miliardi di metri cubi di gas in più, con una dipendenza energetica ancora più pericolosa.
La posizione tedesca e lo scetticismo di Berlino
Un appoggio che poteva sembrare scontato, quello della Germania, si è rivelato ben più sfumato del previsto. Il cancelliere Friedrich Merz, dopo un vertice informale, ha voluto chiarire che non condivide le critiche più radicali rivolte al sistema, sottolineando anzi come l’Ets abbia permesso una riduzione delle emissioni del 37% circa dal 2005 a oggi, mentre l’economia europea continuava a crescere. Fonti vicine al suo entourage hanno precisato che Berlino è disponibile a discutere una revisione, ma non a stravolgere l’impianto o a decretare una pausa. Un messaggio che ridimensiona le speranze di Palazzo Chigi di costruire un asse alternativo con la nuova leadership tedesca, dopo le recenti intese su altri dossier come quello dei carburanti sintetici per l’auto. La linea di Merz, più cauta e in linea con le indicazioni della Commissione, lascia l’Italia piuttosto isolata, con il solo sostegno di Polonia, Repubblica Ceca e qualche altro Paese dell’Est, comunque tiepido e non privo di riserve.
Il nodo italiano tra bollette e uso dei fondi
Il governo italiano, per bocca della stessa Meloni e del ministro per le Imprese Adolfo Urso, insiste sulla necessità di disaccoppiare il prezzo dell’energia da quello delle quote di carbonio, soprattutto in una fase di tensione sui prezzi del petrolio legata alla crisi in Medio Oriente. La richiesta formale è quella di sospendere l’Ets sul termoelettrico almeno fino a quando le fonti fossili non torneranno a costare come prima dell’escalation. Eppure, una parte dell’industria europea, comprese realtà come Heidelberg Cement o Tata Steel, ha preso posizione in difesa del mercato delle quote, scrivendo ai leader per mettere in guardia da scelte affrettate che rischierebbero di vanificare gli sforzi fatti finora. A ciò si aggiunge una critica interna, sollevata dal think tank ECCO: l’Italia, tra il 2012 e il 2024, ha incassato dalle aste Ets circa 18,2 miliardi, ma ne ha spesi per politiche climatiche solo 1,5, destinando gran parte delle risorse alla copertura del debito pubblico. Una gestione, sostengono gli esperti, che vanifica la funzione redistributiva del meccanismo e che rende meno credibile la richiesta di uno stop.
Un dibattito destinato a proseguire
Il braccio di ferro, a poche ore dal vertice, sembra destinato a trasferirsi nell’agenda dei lavori del Consiglio. I Paesi firmatari del non-paper si dicono aperti a discutere “eventuali aggiustamenti mirati”, purché si preservi la stabilità del sistema e non si compromettano gli obiettivi al 2030. La Commissione, dal canto suo, ha già in programma di presentare entro luglio una proposta di revisione che potrebbe riguardare il tasso di riduzione delle quote o i meccanismi di stabilità del mercato, ma sempre all’interno di un quadro di continuità. La spinta italiana, al momento, appare respinta, e la discussione si sposterà piuttosto su come rendere l’Ets più flessibile senza metterne in discussione la natura. Una partita, quella della sovranità energetica, che Meloni cerca di giocare su più tavoli, ma che in Europa, almeno per ora, trova pochi alleati disposti a seguirla fino in fondo.




