Muro di von der Leyen sull’Ets, la Commissione respinge la richiesta di sospensione dell’Italia
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Redazione Economia
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Il tentativo dell’Italia di congelare – o quantomeno di sospendere – l’Emission Trading System (Ets) si è infranto contro la linea dura della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Nonostante le pressioni di Roma, che chiedeva una moratoria per alleviare il peso delle emissioni sulla competitività industriale, l’esecutivo comunitario tira dritto.
Anzi, stando a quanto emerso dal dibattito orientativo del collegio dei commissari, Bruxelles sembra intenzionata a spingere ancora di più sull’acceleratore di questo strumento, considerato – a torto o a ragione – il pilastro della lotta ai cambiamenti climatici. La crisi nel Golfo, che ha fatto schizzare i prezzi dell’energia, ha paradossalmente convinto von der Leyen a riabbracciare il Green Deal, vecchio amore della scorsa legislatura, come bussola per uscire dalla dipendenza dai fossili.
Niente sconti per il governo Meloni
La richiesta italiana, caldeggiata soprattutto dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, prevedeva una revisione radicale del meccanismo, se non la sua totale messa in pausa. L’idea era quella di ridurre la pressione sui prezzi dell’energia, incolpati – secondo la narrativa di palazzo Chigi – proprio di questa tassazione “verde”. Tuttavia, la linea prevalente in Commissione, sostenuta da voci pesanti come quelle dell’olandese Wopke Hoekstra e della spagnola Teresa Ribera, è stata quella di respingere al mittente l’ipotesi di svuotare il sistema.
Né la Francia né la Germania hanno raccolto l’appello di Roma, lasciando l’Italia diplomaticamente isolata. Per il governo, che vedeva nell’Ets un nemico da abbattere per calmierare le bollette, è una sconfitta tecnica che rischia di ripercuotersi anche sul fronte interno, dove il consenso degli industriali – fondamentale in vista delle elezioni del 2027 – potrebbe incrinarsi ulteriormente.
La data del 15 luglio e la stretta su voli e rifiuti
La partita, in realtà, è solo all’inizio. Il vero banco di prova sarà il 15 luglio, quando la Commissione presenterà ufficialmente il pacchetto di revisione della direttiva. In quella sede, Bruxelles introdurrà novità sostanziali che rischiano di allontanare ancora di più le posizioni da quelle auspicate da Roma. Tra le ipotesi più discusse, infatti, non c’è solo l’aumento dei costi per le industrie tradizionali, ma l’estensione del sistema a nuovi settori.
Si parla di una stretta sui voli extra-europei (per colmare il divario con le rotte interne) e, cosa che preoccupa non poco i territori, l’inclusione progressiva degli inceneritori di rifiuti nel sistema di scambio delle quote. Una mossa che trasformerebbe il costo dello smaltimento, rendendo più caro bruciare l’immondizia e premiando – in teoria – il riciclo, ma che sul breve periodo peserà sulle tasche dei cittadini e delle aziende.
Confindustria Ceramica: il grido d’allarme da Sassuolo
A farne le spese, nel concreto, è un comparto che rappresenta l’eccellenza del made in Italy: la ceramica. Dal distretto di Sassuolo, cuore pulsante di questo settore, arriva un avvertimento che suona come un allarme sociale. I numeri parlano chiaro: 242 aziende, quasi 25.550 addetti diretti e un fatturato che sfiora i 7,5 miliardi di euro sono a rischio se l’Ets non verrà modificato. Per le sole piastrelle, nel 2025 la produzione ha raggiunto i 390,9 milioni di metri quadrati, eppure gli investitori guardano al futuro con timore.
Augusto Ciarrocchi, presidente di Confindustria Ceramica, ha usato parole pesanti: il meccanismo dei parametri (benchmark) usato per calcolare i permessi gratuiti «rischia di compromettere in modo irreversibile l’esistenza dell’industria ceramica italiana». La paura, evidentemente concreta, è che la transizione ecologica si trasformi in una condanna a morte per la produzione nazionale, schiacciata tra il costo del carbonio e il dumping – economico e ambientale – di paesi come India e Cina, che non hanno certo i nostri stessi vincoli.




