L’Ue allarga gli aiuti di Stato, ma von der Leyen avverte: niente sgravi sull’Ets
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Il conto, quasi mezzo miliardo di euro al giorno, lo paga chiunque accenda un riscaldamento o faccia rifornimento in Europa. A Strasburgo, Ursula von der Leyen ha appena finito di illustrare ai deputati il nuovo pacchetto di flessibilità sugli aiuti di Stato – quello che i governi attendevano da settimane – quando aggiunge una precisazione destinata a pesare più della misura stessa: non ci saranno sconti sul sistema Ets, né deroghe per i carburanti che alimentano la domanda di gas e petrolio. La presidente della Commissione europea, parlando davanti all’emiciclo, ha definito la situazione una «dura realtà»: bastano sessanta giorni di conflitto in Medio Oriente, con lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso, per far schizzare la spesa energetica europea di 27 miliardi. Una cifra che, tradotta in ritmo quotidiano, restituisce quei 500 milioni in più rispetto al normale, bruciati per comprare ciò che serve a tenere accese le fabbriche e le case.
La nuova cornice di flessibilità, e il veto implicito sugli sgravi fiscali
Il provvedimento approvato a Bruxelles – lo si apprende dalle fonti della Commissione – allenta i vincoli ordinari sugli aiuti statali, concedendo ai singoli paesi margini d’intervento piuttosto ampi. Tuttavia, e qui sta il nodo, von der Leyen ha tracciato un confine chiaro: le misure dovranno restare «mirate e temporanee», senza trasformarsi in un salva-tariffe per chi consuma combustibili fossili. L’asticella viene posta proprio sull’Ets, il sistema di scambio delle quote di emissione, che resta intoccabile. Significa che uno sgravio sul costo dell’energia per le industrie energivore è possibile, ma a patto che non si traduca in un incentivo indiretto a bruciare più gas. La presidente lo ha ripetuto con una formula quasi lapidaria: evitare di alimentare la domanda di petrolio e metano. Un avvertimento che suona come una linea rossa, specie per quei paesi – si pensi ad alcune economie dell’Est – che avevano chiesto deroghe più ampie.
Mezzo miliardo al giorno, e il monito di una dipendenza strutturale
I numeri, del resto, parlano da soli. L’Unione importa da anni oltre la metà del proprio fabbisogno energetico, una vulnerabilità che il conflitto in corso ha reso drammaticamente evidente. La chiusura di Hormuz, arteria vitale per il trasporto del greggio, ha innescato una fiammata i cui effetti, secondo von der Leyen, «potrebbero farsi sentire per mesi, se non addirittura anni». Non è una previsione, bensì una constatazione: i contratti di fornitura si rinegoziano al rialzo, le scorte strategiche si assottigliano e ogni giorno che passa aggiunge zeri alla bolletta collettiva. Di qui la scelta di non cedere alla tentazione degli sconti indiscriminati. La presidente ha ricordato agli eurodeputati – quasi a volerli mettere di fronte a una responsabilità politica precisa – che lo stesso denaro pubblico impiegato per calmierare le tariffe potrebbe essere dirottato su interventi molto diversi: efficientamento, rinnovabili, protezione diretta delle famiglie vulnerabili.
Famiglie e settori esposti: il perimetro dell’aiuto possibile
Nelle pieghe del discorso di Strasburgo, emerge dunque un criterio selettivo. Gli aiuti non saranno per tutti, né dureranno all’infinito. Von der Leyen ha parlato espressamente di «famiglie e settori più vulnerabili», una definizione che lascia ampio spazio alle interpretazioni nazionali, ma che preclude qualsiasi forma di ribasso generalizzato sulla bolletta energetica. I governi potranno così sostenere acciaierie e cementifici, magari con compensazioni legate all’efficienza, oppure destinare bonus ai redditi più bassi per far fronte al caro elettricità. Ciò che non potranno fare è ridurre le accise sui carburanti per autotrazione o abbassare il prezzo del gas industriale senza contropartite ambientali. La linea della Commissione è netta: il denaro raccolto dall’Ets – quello che cresce con il costo delle emissioni – non deve essere annullato da interventi speculari che ne vanificano l’effetto di disincentivo.
Una crisi che lascia cicatrici, e un equilibrio tutto da gestire
L’avvertenza finale, quella forse più ascoltata in aula, riguarda la durata. «Le conseguenze di questo conflitto – ha detto von der Leyen – potrebbero lasciare cicatrici profonde sull’economia continentale». Non una semplice congiuntura, dunque, ma una trasformazione destinata a incidere sulla struttura dei prezzi e sulla competitività europea. La nuova cornice sugli aiuti di Stato è una risposta temporanea a un’emergenza che rischia di diventare cronica. Ed è per questo, ha sottolineato la presidente, che le misure devono essere «mirate», altrimenti si rischierebbe di consolidare proprio quella dipendenza dai fossili che si vorrebbe ridurre. Il braccio di ferro con i governi nazionali, insomma, è appena iniziato: da una parte le urgenze sociali, dall’altra la logica di un mercato del carbonio che resta, per Bruxelles, la leva principale per la transizione. Nessuna soluzione facile, e nessuna illusione che la fiammata di Hormuz possa spegnersi in fretta.




