Consiglio europeo di guerra, l’emergenza energetica tra divisioni e il pressing di Meloni sull’Ets

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il Consiglio europeo che si è aperto oggi a Bruxelles, convocato con un’agenda che si voleva dedicata alla competitività e al rilancio economico dei Ventisette, è stato rapidamente riscritto dagli eventi. La grande guerra mediorientale, con la chiusura de facto dello Stretto di Hormuz e l’attacco alle infrastrutture energetiche iraniane, ha imposto una discussione serrata sulle conseguenze immediate per l’Unione, in particolare sul fronte dei prezzi dell’energia che stanno subendo un’impennata ben superiore a quella registrata negli Stati Uniti. Già nell’incontro informale che ha preceduto il vertice, la presidente del Consiglio Italiano, Giorgia Meloni, si è confrontata con il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il premier belga Bart De Wever, un faccia a faccia che ha messo in luce la volontà di coordinare una posizione, se non altro per arginare i danni economici di uno shock che rischia di travolgere il tessuto produttivo europeo. Sebbene la bozza delle conclusioni, un documento di una settantina di paragrafi, condanni l’escalation senza però mai citare esplicitamente gli attori coinvolti, rivela una difficoltà di fondo: trovare una linea univoca di fronte a una crisi che vede protagonisti alleati strategici come Israele e Stati Uniti, con un Donald Trump tornato alla Casa Bianca che già minaccia ritorsioni commerciali.

La riunione dei leader, che ha visto anche il collegamento con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per ribadire la priorità della sicurezza ai confini orientali, si è trasformata in un’assemblea permanente per gestire l’emergenza. Il punto di maggiore attrito è rappresentato dalla gestione del caro-bollette e, nello specifico, dal sistema Ets, il meccanismo di scambio delle quote di emissione. Meloni, insieme ad altri nove Paesi tra cui Polonia, Austria e Repubblica Ceca, ha rilanciato la richiesta di una revisione profonda del sistema, chiedendo di fatto una sospensione o un allentamento delle regole per mitigare l’impatto dei rincari sulle imprese e sulle famiglie, un’ipotesi che però si è scontrata con la ferma opposizione di Ursula von der Leyen e di diversi Stati membri, inclusa la Francia. Il presidente francese Emmanuel Macron, pur riconoscendo la necessità di introdurre delle “flessibilità” per rispondere alla crisi, ha difeso la struttura dell’Ets definendolo uno “strumento efficace” per conciliare transizione ecologica e competitività, una posizione che lascia poco spazio alla richiesta italiana di uno stop netto, mentre il commissario all’Energia Dan Jørgensen ne ha ribadito il ruolo di “motore della decarbonizzazione”.

Lo stallo sull’energia e le mosse unilaterali di Roma

L’incapacità di trovare un’intesa compatta a livello comunitario ha spinto l’Italia a muoversi su un doppio binario. Da un lato, la pressione diplomatica in sede europea per ottenere misure anti-rincari, che al momento è rimasta inascoltata; dall’altro, l’azione unilaterale del governo. Alla vigilia del vertice, Meloni ha convocato un Consiglio dei ministri lampo per varare un decreto che introduce un taglio di 25 centesimi al litro sui carburanti, un credito d’imposta per gli autotrasportatori e un meccanismo antispeculazione per evitare che l’aumento del gasolio si trasferisca sui prezzi al consumo. Una mossa, quella della premier, giustificata con l’urgenza di fermare un’impennata che rischia di avere ripercussioni a catena sull’intera economia, ma che evidenzia anche la frustrazione per la lentezza decisionale di Bruxelles.

Non è solo l’energia a tenere banco, ma anche la sicurezza delle rotte commerciali e i rischi collaterali del conflitto. La petroliera russa Arctic Metagaz, danneggiata e alla deriva nel Mediterraneo con un carico di carburante, è diventata il simbolo di una “bomba ambientale” che preoccupa i Paesi del Med5, con Italia, Malta e Grecia in prima linea nel chiedere un intervento immediato per mettere in sicurezza lo specchio d’acqua. Parallelamente, Meloni ha firmato una lettera con la premier danese Mette Frederiksen per mettere in guardia da una possibile nuova crisi migratoria, chiedendo un pre-coordinamento europeo per evitare di farsi trovare impreparati di fronte a flussi paragonabili a quelli del 2015, un tema che ha raccolto l’attenzione di ben sedici Stati membri in una riunione parallela dedicata.

L’ombra di Trump e il veto ungherese sull’Ucraina

A complicare il quadro, le dichiarazioni a distanza del presidente americano Donald Trump, che ha affermato di aver personalmente chiesto a Benjamin Netanyahu di non colpire i siti energetici iraniani, assicurando che il premier israeliano si sarebbe adeguato. Una presa di posizione che, a prescindere dalla sua veridicità, mira a calmierare i prezzi del greggio e a marcare una distanza dall’operato di Israele, ma che lascia l’Europa in una posizione scomoda, sospesa tra la fedeltà all’alleato Nato e la necessità di difendere i propri interessi energetici. La richiesta di una “moratoria sugli attacchi a energia e acqua in Medio Oriente” emersa dal vertice è il riflesso di questa tensione, un tentativo di costruire un argine umanitario e economico che però non scalfisce le divisioni interne.

Infine, a gettare un’ombra ulteriore sul Consiglio ci ha pensato il veto dell’Ungheria, sostenuto dalla Slovacchia, sul prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina, una misura già concordata a dicembre ma ora bloccata da Viktor Orbán. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz non ha usato mezzi termini, parlando di “atto di grave slealtà” destinato a lasciare “tracce profonde” nei rapporti intra-europei. Al centro dello scontro, la richiesta ungherese che Kiev ripristini il flusso di petrolio attraverso l’oleodotto Druzhba, una condizione che rischia di paralizzare gli aiuti finanziari a un paese in guerra. Meloni, secondo alcune ricostruzioni poi smentite da Palazzo Chigi, avrebbe mostrato comprensione per le ragioni di Orbán, un’eventuale posizione che la porrebbe in contrasto con il fronte più intransigente guidato da Berlino e Parigi, confermando la complessità di tenere insieme le istanze dei Ventisette di fronte a crisi multiple e interconnesse.

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