Tajani rilancia la richiesta all’Ue: «servono interventi rapidi per sospendere l’Ets sull’energia elettrica»

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La pressione del governo italiano sul fronte energetico non accenna a diminuire, e lo ha ribadito con chiarezza il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, intervenuto a margine del pre-vertice del Partito Popolare Europeo che si sta svolgendo in queste ore a Bruxelles. La delegazione italiana, come ha spiegato il vicepresidente del Consiglio, ha portato all’attenzione dei partner europei quella che ha definito una richiesta ormai improcrastinabile, proveniente in particolare dal tessuto produttivo nazionale: la necessità, cioè, di intervenire in tempi rapidissimi per sospendere il meccanismo Ets, il sistema di scambio delle quote di emissione, almeno per quanto concerne il settore della produzione di energia elettrica. Una posizione, quella italiana, che non è isolata, visto che Tajani ha sottolineato come anche la Polonia abbia avanzato un’istanza analoga, con l’obiettivo di alleggerire il peso della componente carbonica sulle bollette delle imprese e, di riflesso, delle famiglie.

La richiesta di un intervento Ue che non riguarda il clima ma l’emergenza economica

Il ministro, nel suo intervento ai microfoni presenti nella capitale belga, ha voluto specificare un passaggio che gli sta particolarmente a cuore, per evitare fraintendimenti sullo spirito della proposta italiana. La richiesta di sospendere l’Ets per l’energia elettrica, ha tenuto a precisare, non deve essere letta come una messa in discussione delle politiche climatiche europee o come un arretramento rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione, ai quali l’Italia, ha garantito, continua a credere fermamente. Piuttosto, si tratta di una misura emergenziale dettata dalla contingenza; viviamo, ha osservato Tajani, una fase di grande difficoltà per i mercati energetici, acuita dalle tensioni geopolitiche e dall’aumento dei prezzi delle materie prime, e il rischio concreto è che la produzione industriale rallenti in modo pericoloso, spingendo l’Europa verso una deriva recessiva. «Non possiamo permetterci di andare verso la decrescita», ha scandito il ministro, motivando così la necessità di un atto di coraggio politico da parte delle istituzioni europee, chiamate ad assumere una posizione chiara e netta per ridurre i costi energetici, anche a costo di derogare temporaneamente ad alcuni meccanismi ordinari.

Le tensioni sullo Stretto di Hormuz e il rafforzamento della missione Aspides

Parallelamente al dossier energetico, il ministro Tajani ha affrontato anche altri nodi caldi all’ordine del giorno del vertice del Ppe, soffermandosi in particolare sulla situazione di crescente instabilità nello Stretto di Hormuz, uno dei crocevia marittimi più strategici per il commercio mondiale e per i flussi di approvvigionamento energetico. A tal proposito, l’Italia, ha dichiarato il titolare della Farnesina, vede con favore un rafforzamento della missione Aspides, l’operazione di sicurezza marittima a guida europea, e lancia un appello ad altri paesi affinché contribuiscano alla sua implementazione. Per quanto riguarda invece un eventuale intervento diretto delle Nazioni Unite, Tajani si è mostrato più cauto, pur auspicando un’azione più decisa rispetto a quanto avvenuto in altre crisi, come quella ucraina. «Il segretario generale dell’Onu, António Guterres, incontrerà oggi i leader europei», ha ricordato il ministro, sottolineando come sia ancora prematuro parlare di una missione di peacekeeping nello Stretto: un’operazione del genere, ha argomentato, avrebbe senso solo una volta raggiunto un cessate il fuoco, mentre nella situazione attuale un intervento in quella zona rischierebbe di essere percepito come parte del conflitto piuttosto che come una forza di pace.

L’attore Sean Penn sul fronte del Donbass mentre a Hollywood trionfa il suo film

Mentre la diplomazia europea si confronta sui grandi temi dell’energia e della sicurezza internazionale, dal fronte ucraino arrivano immagini che mescolano guerra e spettacolo. L’attore e regista statunitense Sean Penn, infatti, è stato avvistato nei pressi della linea del fronte nella regione di Donetsk, dove ha incontrato i militari della 157ª Brigata Meccanizzata Autonoma delle Forze Armate ucraine. Un gesto, quello del divo hollywoodiano, che arriva a poche ore di distanza dal trionfo agli Oscar del suo ultimo film, Una battaglia dopo l’altra, diretto da Paul Thomas Anderson, per il quale Penn si è aggiudicato la statuetta come miglior attore non protagonista. Una coincidenza temporale resa ancora più significativa dal fatto che Penn abbia disertato la cerimonia di Los Angeles, tenutasi nella notte tra il 15 e il 16 marzo, proprio per essere presente in Ucraina, dove lunedì era stato ricevuto personalmente dal presidente Volodymyr Zelensky.

L’incontro nell’Oblast di Donetsk e la presenza dell’ex capo di gabinetto Yermak

Le fotografie diffuse dalle stesse forze armate ucraine mostrano Sean Penn intento a parlare con i soldati all’interno di un bunker, fumare una sigaretta con loro e scattare istantanee di gruppo davanti ai cartelli che indicano l’ingresso di Sloviansk, una delle città ancora sotto il controllo di Kiev nell’oblast conteso. Ma l’elemento che aggiunge un ulteriore strato di complessità alla visita è la presenza, al fianco dell’attore, di Andrí Yermak, già capo di gabinetto e braccio destro di Zelensky fino allo scorso novembre, quando fu costretto alle dimissioni in seguito a una perquisizione del suo ufficio da parte dell’agenzia anticorruzione, nell’ambito di un’inchiesta su presunte commissioni illecite che avrebbero coinvolto alcuni ex ministri. Yermak, che non risulta formalmente indagato, ha definito Penn sui suoi canali social «un grande amico dell’Ucraina e un intimo amico personale», pubblicando anche un videomessaggio in cui il giro di parole del Titolo del film premio Oscar, Una battaglia dopo l’altra, viene interpretato come una metafora della stessa resistenza ucraina. La visita, caduta nel 1476° giorno di guerra, conferma il solido legame tra l’attore americano e la causa di Kiev, che Penn sostiene fin dai primi mesi dell’invasione russa, quando realizzò un documentario intervistando proprio Zelensky.

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