Il Consiglio europeo non trova l’intesa sul caro energia tra crisi internazionali e nodo Ets

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Bruxelles – Si chiude con un sostanziale nulla di fatto, o per meglio dire con l’ennesimo rinvio che profuma di immobilismo, il Consiglio europeo convocato per giovedì scorso. Un vertice, quello che si è tenuto all’Europa Building, nato con l’ambizione di mettere a fuoco i dossier economici legati alla competitività del blocco, ma che si è rapidamente trasformato – inevitabilmente, verrebbe da dire – in una camera di compensazione per le emergenze internazionali. Emergenze che, dalla geopolitica alle forniture energetiche, hanno finito per dettare l’agenda, lasciando ai margini qualsiasi ipotesi di programmazione strategica a medio termine.

Il clima, raccontano i presenti, era segnato da un’attesa densa di speranza ma anche da una palpabile sensazione di impotenza. Il motivo principale di questa paralisi risiede nella difficoltà di trovare una quadra su un tema che da mesi agita le cancellerie: come arginare il caro energia senza disarticolare il sistema di regole che governa la transizione ecologica. Il punto di maggiore frizione resta quello relativo agli Ets, il sistema per lo scambio di quote di emissioni. Sulla scrivania dei leader è finita la proposta di una sospensione parziale e nazionale del meccanismo – una misura che, almeno in via temporanea, potrebbe basarsi sull’istituzione di un tetto massimo di imposizione o su una riduzione percentuale degli obblighi per gli Stati membri – ma il consenso è mancato, vittima di una frattura politica che sembra ormai strutturale tra chi chiede flessibilità immediata e chi invoca il rispetto rigoroso del green deal.

A rendere la posta in gioco ancora più alta, concorrono fattori esterni al perimetro europeo. La situazione sul fronte mediorientale, con il conflitto che prosegue ad alta intensità, ha già innescato una reazione a catena sui mercati globali: la chiusura de facto dello stretto di Hormuz, snodo cruciale per il transito delle navi cisterna, ha provocato un incremento improvviso e sostenuto del prezzo del petrolio e del gas. L’effetto, per un’economia europea che stenta a scrollarsi di dosso la fragilità degli ultimi anni, è stato immediato e preoccupa tanto quanto il perdurare del focolaio bellico in Ucraina, destinato a rimanere acceso ancora a lungo. A ciò si aggiunge una variabile geopolitica di peso, rappresentata dal nuovo corso della Casa Bianca: con Trump nuovamente presidente, le decisioni unilaterali assunte da Washington influenzano profondamente la stabilità globale e, di conseguenza, la capacità dell’Unione di navigare a vista in uno scenario internazionale sempre più ostile.

I numeri, del resto, fotografano una realtà impietosa che nessun vertice può permettersi di ignorare. Secondo il rapporto “Energy Europe 2026” diffuso da Eurostat, nel corso del 2024 l’Unione ha continuato a mostrare una vulnerabilità strutturale quasi identica a quella degli anni precedenti. Poco meno della metà dell’energia consumata, per la precisione il 43%, è stata prodotta all’interno dei confini comunitari. Il restante 57% è arrivato da Paesi terzi, un dato che certifica una dipendenza energetica dall’estero ancora massiccia e difficilmente riducibile nel breve periodo. Guardando al mix energetico, il quadro è altrettanto eloquente: i prodotti petroliferi mantengono il primato, rappresentando il 38% del totale, mentre il gas naturale segue a distanza attestandosi al 21%. Le rinnovabili, pur in crescita costante secondo gli ultimi rilievi dell’istituto statistico, non sono ancora riuscite a scalzare il predominio dei fossili, lasciando l’Europa esposta a qualsiasi turbolenza esterna.

La scommessa della Commissione e lo stallo sui meccanismi di flessibilità

In questo quadro, il mandato affidato alla presidente della Commissione – un tentativo di correre ai ripari delegando all’esecutivo comunitario la messa a punto di soluzioni applicabili in tempi brevi – appare più come un espediente per guadagnare tempo che come una svolta decisa. La sospensione parziale degli Ets, che avrebbe il merito di alleggerire immediatamente la pressione sui bilanci nazionali e sulle imprese energivore, si scontra con la riluttanza di chi teme di vanificare anni di politiche climatiche. La proposta, nella sua formulazione attuale, lascia aperte diverse opzioni: potrebbe tradursi in un tetto massimo di imposizione oltre il quale gli Stati membri sarebbero esentati dal versamento dei diritti, oppure configurarsi come una riduzione percentuale generalizzata, ma sempre declinata su base nazionale e con carattere temporaneo. L’impressione, al termine della riunione, è che l’immobilismo abbia finito per prevalere sulla necessità di agire, in attesa di capire quali margini di manovra consentirà realmente la prossima tornata negoziale.

La dipendenza strutturale frena le ambizioni di autonomia strategica

Al di là delle divisioni contingenti sul sistema Ets, il nodo strutturale che affiora con sempre maggiore evidenza è quello della dipendenza energetica. I dati Eurostat non lasciano spazio a interpretazioni ottimistiche: per quasi sei punti su dieci del proprio fabbisogno, l’Europa deve ancora rivolgersi ai mercati globali, subendone le oscillazioni e le improvvise impennate dei costi. I timori, nell’immediato, sono concentrati su due fronti distinti ma convergenti. Da un lato, la crisi energetica minaccia di erodere ulteriormente la tenuta dell’economia globale, alimentando l’inflazione e rendendo più incerto il futuro industriale del continente. Dall’altro, l’instabilità crescente ai confini orientali e meridionali riporta in primo piano il tema dei flussi migratori, una pressione che gli Stati membri si preparano a gestire in un clima sociale già fortemente polarizzato. Il Consiglio europeo ha preso atto di queste criticità, ma non ha saputo tradurre la consapevolezza in atti concreti, limitandosi a registrare le divergenze e a rinviare le scelte più dolorose.

Prezzi alle stelle e rischio recessione: l’economia tiene il fiato sospeso

Il forte aumento dei prezzi del petrolio e del gas conseguente alla crisi di Hormuz ha già iniziato a produrre effetti immediati sull’economia reale, con le imprese che segnalano un incremento dei costi di produzione e le famiglie che subiscono il riflesso sulle bollette. In questo contesto, l’ipotesi di una sospensione temporanea del sistema Ets rappresentava per alcuni governi l’unica via praticabile per evitare una nuova ondata recessiva. Ma la mancata convergenza su questo punto rischia di allungare ulteriormente i tempi di attesa, lasciando l’intero blocco in una posizione di fragilità proprio mentre il quadro geopolitico si fa più complesso. La delegazione di potere alla Commissione, lungi dal rappresentare una soluzione immediata, si configura piuttosto come un tentativo di trasferire a un livello tecnico le mediazioni che la politica non è riuscita a compiere. E mentre i leader rientravano nelle rispettive capitali, l’unica certezza rimasta è quella di un’Unione europea che, ancora una volta, arranca nel tentativo di trasformare le crisi in opportunità per un vero salto di qualità strategica.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.