Il caro-energia spacca l’Europa sul prezzo della CO2, von der Leyen prova a mediare tra gli Stati membri mentre la crisi in Iran fa salire le bollette
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Redazione Economia
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La riunione del Consiglio europeo in programma per giovedì 19 e venerdì 20 marzo si annuncia tutt’altro come una formalità, dal momento che l’escalation militare in Medio Oriente – con il conflitto che ha ormai coinvolto direttamente Stati Uniti, Israele e Iran, e che ha portato alla chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz – sta esercitando una pressione inedita sui mercati energetici, riportando il costo del gas e dell’elettricità al centro dell’agenda politica dei Ventisette. Se da un lato l’Alto rappresentante per la politica estera Kaja Kallas aveva proposto un'estensione del mandato della missione navale Aspides per garantire la libertà di navigazione nel Golfo, proposta che ha raccolto più di uno scetticismo, dall’altro lato i leader dovranno confrontarsi con una fragilità strutturale del sistema energetico europeo, che si regge ancora in larga parte sull’importazione di combustibili fossili. Ed è proprio su questo fronte, quello della risposta ai rincari, che si sta consumando la spaccatura più netta tra gli Stati membri, con l’Italia in prima linea a chiedere misure radicali.
Al centro del braccio di ferro politico, come spiega un approfondimento di Domani, c’è l’Emission Trading System (Ets), il meccanismo europeo che mette un prezzo sulle emissioni di anidride carbonica. Il governo guidato da Giorgia Meloni, supportato da una analisi che vede nel costo della CO₂ un moltiplicatore delle bollette per le imprese e le famiglie, spinge per una sospensione, almeno temporanea, del sistema applicato alla produzione elettrica da fonti fossili; l’obiettivo dichiarato è quello di alleggerire la pressione su un sistema produttivo che, in Italia, vede il gas determinare il prezzo dell’elettricità per quasi il novanta per cento delle ore, una dipendenza che amplifica l’effetto di qualsiasi shock esterno. Dall’altro lato della barricata si colloca la Spagna, che insieme a Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia, Svezia e Paesi Bassi, ha presentato un documento congiunto per difendere l’impianto dell’Ets: smantellarlo, sostengono questi paesi, significherebbe mandare un segnale devastante agli investitori, penalizzando proprio quelle aziende che hanno già avviato il percorso di decarbonizzazione e minando la stabilità regolatoria su cui si basano le scelte di capitali a lungo termine.
Le possibili contromisure di Bruxelles e la linea della Commissione
Di fronte a questa frattura, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha cercato di tracciare una linea di mediazione che possa tenere insieme l’urgenza di rispondere al caro-bollette con la necessità di non stravolgere uno strumento considerato fondamentale per il Green Deal. In una lettera inviata ai leader alla vigilia del Consiglio, von der Leyen ha ribadito che l’Ets resta un meccanismo "collaudato" e indispensabile anche per la sicurezza energetica – senza il segnale del prezzo del carbonio, l’Europa consumerebbe molto più gas – ma contestualmente ha aperto a una revisione accelerata del sistema, prevedendo una traiettoria di decarbonizzazione "più realistica" oltre il 2030 e aggiustamenti mirati nei meccanismi tecnici, come la riserva di stabilità che regola l’afflusso di quote sul mercato, per contenere la volatilità dei prezzi senza intaccare l’impianto complessivo. La posizione della Commissione, quindi, sembra allinearsi più al fronte dei "conservatori" dell’Ets che a quello dei "riformisti" guidato dall’Italia, anche se fonti vicine all’esecutivo comunitario lasciano intendere che misure più incisive potrebbero essere valutate se la crisi dei prezzi dovesse acuirsi ulteriormente.
Il quadro, già complesso, si intreccia con le valutazioni sull’impatto macroeconomico del conflitto. Secondo quanto riportato da fonti finanziarie, il commissario agli Affari economici Valdis Dombrovskis ha avvertito i ministri che se il petrolio dovesse mantenersi sui cento dollari al barile e il gas sopra i settanta euro al megawattora per tutto l’anno, l’inflazione nell’Eurozona potrebbe tornare a superare la soglia del tre per cento, costringendo la Banca Centrale Europea a riconsiderare la propria politica di riduzione dei tassi. Uno scenario che rende ancora più urgente una risposta coordinata, anche se le divergenze tra Stati membri restano profonde: se da una parte paesi come Belgio, Ungheria e Slovacchia guardano con preoccupazione ai prezzi, dall’altra Germania, Romania e Svezia hanno già respinto qualsiasi ipotesi di un ritorno alle forniture russe, che pure rappresenterebbero una soluzione immediata per abbassare il costo delle materie prime.
Il nodo delle forniture e la chiusura a Mosca
Proprio sul capitolo russo, il commissario all’Energia Dan Jorgensen è stato categorico: qualsiasi discussione su un ritorno alle importazioni di gas e petrolio da Mosca è fuori discussione. Incontrando i ministri del settore in preparazione del vertice, Jorgensen ha ribadito che "non importeremo nemmeno una molecola di energia dalla Russia", rispondendo così indirettamente a chi, come il primo ministro belga Bart de Wever, aveva ipotizzato che una normalizzazione dei rapporti con Mosca avrebbe potuto ripristinare forniture a basso costo. L’Europa, ha spiegato il commissario, non ha un problema di sicurezza degli approvvigionamenti in questo momento, dal momento che la maggior parte del gas arriva da Stati Uniti e Norvegia, ma deve fare i conti con un problema di prezzi, e la soluzione non può che passare da un'accelerazione delle energie rinnovabili e da una maggiore interconnessione delle reti, due ambiti in cui i progressi sono stati finora troppo lenti. Jorgensen ha poi annunciato che Bruxelles presenterà a breve un pacchetto di misure "mirate e a breve termine" per sostenere industrie e famiglie, tra cui possibili sgravi fiscali nazionali e un utilizzo più flessibile degli aiuti di Stato, escludendo però una riforma strutturale del mercato elettrico.
Parallelamente, sul piano diplomatico, si valuta come rispondere alla chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una parte significativa del petrolio mondiale. La proposta di Kallas di modificare il mandato di Aspides non ha trovato consensi: il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha chiesto di non aggiungere tensione alla regione, mentre l’italiano Antonio Tajani ha sottolineato la differenza tra la missione anti-pirateria nel Mar Rosso e la situazione nel Golfo, auspicando piuttosto uno sforzo diplomatico per ripristinare la libertà di navigazione. La paura di un allargamento del conflitto, insomma, frena qualsiasi ipotesi di intervento militare diretto, lasciando l’Europa nella scomoda posizione di spettatrice di una crisi che, però, rischia di avere ripercussioni pesantissime sulle tasche dei suoi cittadini e sulla competitività delle sue imprese.




