Il referendum sulla giustizia e il nodo del sorteggio per i nuovi Csm

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A poco più di una settimana dal voto che chiamerà gli italiani alle urne il 22 e 23 marzo, la campagna referendaria sulla riforma dell’ordinamento giudiziario entra nel suo momento più caldo, con i comitati del fronte del No che articolano le loro critiche attorno a quelli che considerano i tre pilastri portanti di una modifica costituzionale, a loro dire, lesiva dell’autonomia della magistratura. Al centro del dibattito, destinato a concretizzarsi in una scheda che chiederà ai cittadini di approvare o respingere il testo normativo pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso ottobre, vi è l’introduzione di due distinti Consigli superiori della magistratura, uno per i giudicanti e l’altro per i requirenti, cui si aggiunge l’istituzione di un’Alta corte disciplinare e il meccanismo, forse il più discusso, del sorteggio per la selezione dei componenti togati dei nuovi Csm.

Francesco Vicino, sostituto procuratore presso il tribunale di Nola, intervenendo nel dibattito ha concentrato le sue obiezioni proprio sul metodo di estrazione a sorte, definendolo un meccanismo che non solo fallirebbe l’obiettivo dichiarato di arginare il potere delle correnti, ma rischierebbe paradossalmente di rafforzarlo. Il magistrato, noto per il suo impegno a sostegno delle ragioni del No, ha spiegato come il sorteggio, lungi dal rappresentare una soluzione tecnica asettica, potrebbe funzionare solo in un contesto di assoluta parità di competenze tra i magistrati, una condizione che nella realtà non sussiste, data la specializzazione richiesta per le delicate funzioni consiliari. Inoltre, l’estrazione casuale produrrebbe un organismo i cui membri, non rispondendo del loro operato al elettorale che li ha espressi (in questo caso, i magistrati stessi), diventerebbero maggiormente vulnerabili a pressioni e suggestioni provenienti dalla componente politica presente all’interno dei nuovi Consessi, vanificando così, nelle sue parole, l’autoreferenzialità che si vorrebbe combattere.

Il timore di una nuova camera disciplinare e i suoi riflessi sulla Costituzione

Parallelamente alla questione del sorteggio, l’altro fronte caldo dell’opposizione alla riforma riguarda la creazione dell’Alta corte disciplinare, un organo separato e autonomo rispetto ai due Csm, cui verrebbe affidata la gestione dei procedimenti a carico dei magistrati. La critica che emerge con forza dal campo del No è che questa nuova architettura finirebbe per sottrarre la funzione disciplinare all’organo di autogoverno della magistratura, così come concepito dai padri costituenti, per affidarla a un tribunale speciale. Il riferimento, nel ragionamento del pm Vicino, è al timore che questo nuovo organismo possa assumere connotati simili a quelli di un tribunale militare in tempo di guerra, citato dall'articolo 103 della Costituzione, con la differenza sostanziale che le sue decisioni, per come è strutturata la riforma, non sarebbero poi soggette al vaglio della Corte di Cassazione, creando di fatto un unicum nel panorama delle magistrature occidentali.

A queste argomentazioni tecniche si aggiunge la mobilitazione di un vasto schieramento civico e associativo che, sotto la presidenza di un comitato che riunisce oltre cinquanta organizzazioni nazionali, da grandi sigle sindacali come la Cgil a realtà dell'associazionismo come le Acli, l'Arci, Libera e l'Anpi, si è costituito per sostenere il No. Questa coalizione, forte di milioni di aderenti, contesta nella sua interezza il testo voluto dal ministro Carlo Nordio e passato indenne attraverso le quattro letture parlamentari senza che venisse modificata una sola virgola rispetto alla versione governativa iniziale. L'eterogeneità dei soggetti coinvolti, che spaziano dal mondo del lavoro a quello della promozione sociale e della legalità, testimonia come la preoccupazione per l'assetto futuro della magistratura e per i suoi equilibri interni, con il rischio di una loro potenziale esposizione a influenze esterne, travalichi i confini della politica stretta e interroghi segmenti ampi della società civile.

Le ragioni del fronte del Sì tra trasparenza e liberazione dalle correnti

Sul versante opposto, i sostenitori del Sì, con il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro in prima linea negli appuntamenti sul territorio, respingono al mittente le accuse di voler attentare all'indipendenza della magistratura, rivendicando anzi l'obiettivo di restituire autorevolezza ai magistrati stessi, liberandoli da quella che viene definita come la "cancerogena" invadenza delle correnti. In un recente incontro pubblico a Varese, Delmastro ha ribadito come il cuore della riforma risieda proprio nell'estrazione a sorte dei membri togati del Csm, un meccanismo che, a suo dire, eradicherà i pericolosi intrecci con la politica e le logiche di promozione per affiliazione, premiando finalmente il merito e restituendo ai magistrati "perbene" la possibilità di essere valutati per le loro reali capacità, e non per la loro prossimità a questa o quella corrente.

A sostenere queste tesi è sceso in campo anche il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, il quale, intervenendo a Trento, ha posto l'accento sulla trasparenza che deriverebbe dal nuovo metodo selettivo. Secondo Sisto, il sorteggio rappresenterebbe la chiave di volta per scardinare i meccanismi correntizi che hanno spesso condizionato la vita del Csm, garantendo che ogni magistrato, a prescindere dalla sua appartenenza, abbia l'onore e l'onere di poter concorrere a sedere nell'organo di autogoverno, rompendo quel monopolio di fatto che si è venuto a creare. Il viceministro ha inoltre collegato la riforma alla più ampia garanzia del giusto processo, argomentando che la separazione delle carriere, rendendo il giudice "terzo e imparziale" e ponendolo alla stessa distanza dal pubblico ministero e dall'avvocato difensore, rappresenti una tutela più solida per il cittadino, azzerando qualsiasi possibile "contaminazione" tra i ruoli. Un concetto, quest'ultimo, che trova riscontro anche in alcune analisi dottrinali, laddove si sottolinea come la separazione tra le carriere giudicante e requirente sia da considerarsi un esercizio ragionevole per mettere in sicurezza la terzietà dell'organo giudicante, senza per questo toccare i poteri e i doveri del pubblico ministero, che rimarrebbe magistrato requirente indipendente.

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