Borse europee frenano, il petrolio vola a 90 dollari. Milano e Parigi in rosso, attesa per Fed e big tech

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La seduta odierna sui mercati azionari del Vecchio Continente si è chiusa all'insegna della debolezza, con un unico, evidente elemento di controtendenza rappresentato dal rally dei prezzi del greggio. L'impennata del petrolio, che ha riportato il Brent verso quota 90 dollari al barile in scia alla nuova escalation in Medio Oriente, ha gettato un'ombra sull'intero comparto azionario, riaccendendo improvvisamente i timori legati all'inflazione e alle prospettive per le politiche monetarie.

A questo scenario già complesso si è aggiunta la rinnovata pressione sul settore tecnologico, in particolare sui titoli dei semiconduttori, che continuano a scontare le preoccupazioni per la concorrenza cinese e un sentiment di mercato sempre più cauto.

Il quadro europeo e la debolezza di Milano e Parigi

Gli indici del Vecchio Continente hanno quindi archiviato la giornata in ordine sparso, ma con una tendenza al ribasso piuttosto generalizzata. Piazza Affari ha ceduto lo 0,5%, mentre Parigi ha registrato un calo più marcato dello 0,6%, risentendo in modo particolare del peso del comparto tecnologico e della minore propensione al rischio. Francoforte, invece, è rimasta sostanzialmente stabile, riuscendo a contenere le perdite grazie alla tenuta di alcuni settori difensivi.

Unica eccezione di rilievo è stata Londra, che ha chiuso in controtendenza positiva con un +0,3%, portandosi a un soffio dal massimo storico in chiusura; un risultato, questo, reso possibile dal minor peso specifico dei titoli tecnologici all'interno del listino britannico, che ha così risentito in misura minore delle turbolenze del settore.

Il rally del petrolio e la volatilità dei mercati

Il vero protagonista della sessione è stato senza dubbio il mercato energetico, con il Brent che ha messo a segno un balzo del 7,5%, tornando a scambiare a 90 dollari al barile, mentre il Wti di pari scadenza ha guadagnato il 7,9% attestandosi sugli 85,5 dollari. Questa improvvisa impennata, innescata dalle rinnovate tensioni geopolitiche in Medio Oriente, ha immediatamente alimentato le preoccupazioni per un possibile ritorno dell'inflazione, complicando ulteriormente il quadro per le banche centrali.

La reazione dei mercati non si è fatta attendere e l'Indice VIX, noto come l'indicatore della paura, è salito del 9%, segnale di un deterioramento rapido del sentiment e di un aumento della volatilità che ha investito anche il comparto dei chip, già provato da settimane di vendite.

L'attesa per la Fed e i conti delle big tech

A rendere la giornata ancora più densa di appuntamenti per gli investitori, oltre ai dati macroeconomici e all'andamento del greggio, c'è stata l'attesa per il verdetto della Federal Reserve americana sui tassi di interesse, atteso in serata. Le dichiarazioni del presidente Jerome Powell e le indicazioni sulle prossime mosse della banca centrale statunitense rappresentano un appuntamento cruciale per orientare le aspettative del mercato in un contesto di incertezza.

Parallelamente, tutti gli occhi erano puntati anche sui conti trimestrali di due giganti del settore tecnologico come Microsoft e Meta, i cui risultati, diffusi dopo la chiusura delle contrattazioni, potrebbero influenzare in modo deciso l'andamento delle prossime sedute, fornendo indicazioni preziose sulla salute del comparto e sulla tenuta degli utili in un momento di crescente pressione sui costi.

Wall Street in flessione e il peso dei semiconduttori

La debolezza mostrata dalle piazze europee è stata del resto ampiamente rispecchiata dall'andamento di Wall Street, dove la flessione si è fatta sentire con maggiore intensità, in un contesto già appesantito dal balzo del petrolio e dal nuovo tonfo dei titoli dei semiconduttori. Le preoccupazioni per la concorrenza proveniente dalla Cina e per le possibili restrizioni alle esportazioni continuano a pesare come un macigno sul settore, alimentando un clima di risk-off che ha finito per coinvolgere l'intero mercato azionario.

Sebbene i listini europei abbiano mostrato una certa capacità di tenuta nella prima parte della sessione, le vendite si sono poi intensificate, portando tutti i principali indici a chiudere in territorio negativo, con l'eccezione di Londra.

La seduta del 29 luglio 2026 si configura quindi come un campanello d'allarme per gli investitori, chiamati a fare i conti con un'equazione sempre più complessa che vede contrapposte la crescita economica, le pressioni inflazionistiche e le tensioni geopolitiche, in attesa di segnali più chiari dalle prossime mosse delle banche centrali e dai dati sull'andamento dell'economia reale.

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