Iran, i funerali della rabbia tra bandiere e petali di rose
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Redazione Esteri
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Sessanta bare, impilate a gruppi di quattro e allineate in file di dieci, con le foto dei caduti fissate alle estremità. Camion militari carichi di feretri: uno per i quattro bambini, un altro per le donne. Vessilli dell’Iran e petali di rosa a coprire i corpi, mentre la folla, lungo i quattro chilometri e mezzo di Azadi Street – il “Viale della Libertà” – allunga le mani per toccarli, baciarli, in un corteo che avanza a passo d’uomo. Le urla scandiscono slogan contro i nemici storici, quelli che Teheran addita come responsabili della strage: «Morte all’America!», «Morte a Israele!».
Un’ondata di indignazione, ma anche di orgoglio nazionalista, ha attraversato il Paese durante i funerali delle vittime dei bombardamenti israeliani, in quella che è stata definita la “guerra dei dodici giorni”. Migliaia di persone, quasi tutte vestite di nero, hanno sventolato bandiere, mostrato ritratti dei morti e intonato cori di sfida all’Occidente. Un rito collettivo che, al di là della retorica ufficiale, ha mostrato la capacità del regime di mobilitare le piazze, trasformando il lutto in un’arma politica.
Secondo i dati diffusi dal ministero della salute iraniano, i civili uccisi sarebbero 610, con oltre 4.700 feriti. Tra loro, come ha sottolineato la portavoce del governo Fatemeh Mohajerani, ci sarebbero 72 donne e bambini, «comprese quattro madri incinte». Numeri che, se confermati, spiegano l’escalation di rabbia popolare, alimentata anche dalla circolazione di immagini di corpi mutilati e distruzioni.
Intanto, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) è stata bandita dai siti nucleari iraniani, una mossa che rischia di inasprire ulteriormente le tensioni con la comunità internazionale. Una decisione che arriva in un momento già carico di incognite, mentre crescono i sospetti su possibili talpe all’interno delle stesse fila del regime.
Tra queste, spicca il nome di Esmail Qaani, capo della Quds, la divisione d’élite delle Guardie Rivoluzionarie incaricata delle operazioni estere e dei legami con i gruppi alleati, dagli Hezbollah agli Houthi. Due volte dato per morto, due volte riapparso in pubblico a smentire le voci, Qaani è al centro di teorie che lo indicano come un infiltrato del Mossad. Accuse che, sebbene mai confermate, pesano come un’ombra su un uomo chiave nell’apparato di sicurezza iraniano.
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