Alemanno dal carcere: "A Rebibbia si muore di freddo, caldaie rotte e termosifoni spenti"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Dal suo diario di cella, giunto al trecentoventisettesimo giorno di detenzione, Gianni Alemanno lancia un grido d’allarme che descrive, con toni drammatici, una situazione di estremo disagio all’interno del penitenziario di Rebibbia, dove il freddo improvviso di questi giorni avrebbe reso l’ambiente quasi invivibile. Secondo quanto denuncia l’ex sindaco di Roma, i termosifoni risulterebbero completamente spenti da giorni, un guasto alle caldaie che, privando di riscaldamento sia le celle che gli uffici, coinvolgerebbe in egual misura le persone detenute e il personale della Polizia penitenziaria, costretti a sopportare temperature rigide mentre la neve scende anche sulla capitale. "Pronto, qui Rebibbia, abbiamo un problema: stiamo morendo dal freddo", scrive Alemanno, il quale, utilizzando il canale della sua corrispondenza personale, dipinge un quadro di abbandono generale, aggravato dalla stagione invernale ormai incombente.

L'emergenza freddo che unisce detenuti e agenti

La critica condizione, stando al resoconto, non risparmierebbe neppure la caserma degli agenti, situata in un edificio attiguo al complesso carcerario, dove i termosifoni risultano parimenti inattivi e l’acqua calda, dopo le otto di sera, non arriverebbe neanche nelle docce a disposizione di coloro che concludono gli ultimi turni di servizio. Questa circostanza, che Alemanno attribuisce a quanto appreso attraverso la cosiddetta "radio carcere", delinea un’emergenza sistemica, la quale, superando le distinzioni di ruolo, colpisce indiscriminatamente chiunque si trovi a operare o a soggiornare all’interno di quella struttura. La mancanza di riscaldamento, unita all’impossibilità di usufruire di servizi igienici basilari in orario serale, configura un quadro di difficoltà oggettive, che si inserisce in un periodo già caratterizzato da un generale abbassamento delle temperature su tutto il territorio nazionale.

La polemica indirizzata verso il ministro Nordio

Oltre a descrivere la precarietà della situazione climatica all’interno dell’istituto, la testimonianza dell’ex primo cittadino contiene una stoccata diretta, seppur mediata dalla scrittura, indirizzata al ministro della Giustizia, il quale viene implicitamente accusato di non prestare sufficiente attenzione alle condizioni di vita dei detenuti. L’appello "venite a salvarci" e l’esplicita menzione della figura ministeriale sembrano voler sollevare una questione di responsabilità, chiamando in causa, sebbene in modo non formale, l’operato del dicastero in materia di gestione penitenziaria. La denuncia, che si aggiunge a precedenti rilievi sull’annoso problema del sovraffollamento, mira a portare all’attenzione dell’opinione pubblica quello che viene percepito come un deficit di umanità e di efficienza, ponendo l’accento su una carenza infrastrutturale le cui conseguenze diventano particolarmente acute con l’arrivo della stagione fredda.

Il contesto giudiziario e le condizioni di detenzione

Alemanno, la cui detenzione è conseguente alla condanna definitiva per i reati di traffico di influenze e finanziamento illecito nell’ambito dell’inchiesta denominata "Mondo di mezzo", utilizza il proprio diario non solo come strumento di riflessione personale, ma anche come mezzo per documentare e contestare le criticità dell’ambiente carcerario. Le sue parole, che giungono dopo quasi un anno di reclusione, offrono uno spaccato sulle difficoltà quotidiane che caratterizzano la vita detentiva, concentrandosi su un aspetto materiale e tangibile come la mancanza di riscaldamento. Questo resoconto, per sua natura parziale ma al tempo stesso proveniente da un osservatore di rilievo, si inserisce in un dibattito più ampio sullo stato degli istituti di pena, sollevando interrogativi circa la capacità del sistema di garantire standard minimi di vivibilità, specialmente di fronte a impellenti necessità dettate dal mutare delle condizioni atmosferiche.

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