Referendum giustizia, Arianna Meloni mobilita FdI: "Dobbiamo sconfiggere Sauron". Scontro Nordio-Csm sul voto
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Redazione Interno
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Il clima, a poche settimane dalla consultazione popolare del 22 e 23 marzo, si fa incandescente. Da un lato la maggioranza, che pur predicando la non politicizzazione dell'appuntamento referendario, si prepara a scendere in campo con una mobilitazione capillare; dall'altro il Consiglio Superiore della Magistratura, che continua a sollevare perplessità sulla riforma, alimentando un botta e risposta a distanza con il ministro della Giustizia, Carlo Nordio. La tensione, insomma, è palpabile, e il richiamo al Signore degli Anelli usato da Arianna Meloni per motivare i militanti di Fratelli d'Italia non lascia spazio a fraintendimenti: per il partito della presidente del Consiglio, questa è una battaglia epocale, una marcia in territori ostili – quel Mordor evocato dalla sorella della premier – per portare a casa un risultato considerato fondamentale.
L'intervento di Arianna Meloni, durante la direzione nazionale di FdI, ha di fatto segnato l'inizio ufficiale della campagna referendaria del partito, nonostante le precauzioni verbali sul fatto che il voto non debba essere letto come un test per l'esecutivo. "Dobbiamo inoltrarci in Mordor", ha dichiarato, utilizzando una metafora tolkeniana che ormai è diventata un marchio di fabbrica del linguaggio politico di quel gruppo dirigente, per spiegare la necessità di andare porta a porta, contattare gli elettori uno per uno, proprio come si farebbe in una competizione elettorale vera e propria -2. Un’operazione, quella descritta dalla responsabile della segreteria politica del partito, che mira a creare un movimento d'opinione capace di travolgere le resistenze e di portare alle urne il maggior numero possibile di cittadini, per blindare una riforma – quella sulla separazione delle carriere dei magistrati – che il governo considera un pilastro del suo mandato.
La fronda giudiziaria e la risposta del ministro
Sul fronte opposto, le scintille non mancano. Il ministro Nordio, in più occasioni, ha dovuto replicare alle critiche che piovono da alcune componenti del Csm e da ampi settori della magistratura associata. I giudici, attraverso le loro rappresentanze, lamentano che il provvedimento rischi di minare l'indipendenza dell'ordine giudiziario, creando una frattura incolmabile tra la funzione requirente e quella giudicante. Il guardasigilli, dal canto suo, respinge al mittente le accuse, ribadendo che l'obiettivo della riforma è semmai quello di garantire una maggiore terzietà del giudice e di restituire fiducia ai cittadini verso le istituzioni. È in questo clima di reciproca diffidenza che si inserisce la querelle sulle modalità di voto e sulla data stessa della consultazione, con il governo che ha dovuto gestire le polemiche legate all'esclusione dei fuorisede, un nodo spinoso che rischia di tagliare fuori dalle urne milioni di italiani -3.
Il fronte del sì cerca consensi anche a sinistra
E mentre la maggioranza serra i ranghi, chi sostiene la riforma guarda con interesse a ciò che accade dall'altra parte dello schieramento politico. Il referendum, per sua natura, tende a rompere gli schemi tradizionali, e non è un mistero che tra i sostenitori del sì figurino personalità provenienti dall'area progressista e riformista. Intellettuali, giuristi ed ex esponenti politici di sinistra, infatti, hanno già fatto sapere di condividere l'impianto della legge, generando più di un imbarazzo nel Partito Democratico e nelle altre forze di opposizione, ufficialmente schierate per il no -1. Questo fenomeno, letto da via della Scrofa come un segnale importante, viene interpretato con la volontà di non lasciare ai soli partiti di centrodestra la bandiera di una giustizia più efficiente e meno soggetta a correnti e logiche interne.
L'appello alla partecipazione e il dibattito pubblico
Al di là delle tattiche di partito, si moltiplicano gli appelli al voto provenienti dalla società civile. Figure come Lella Golfo, presidente della Fondazione Bellisario, invitano i cittadini a recarsi alle urne a prescindere dalla loro opinione personale, sottolineando il valore civico della partecipazione. Iniziative come il dibattito milanese all'Umanitaria, che ha visto confrontarsi Gherardo Colombo (per il no) e Nicolò Zanon (per il sì) dimostrano che esiste uno spazio di confronto civile e rispettoso, lontano dalle tifoserie politiche -4. Zanon, peraltro, è stato recentemente protagonista di una polemica relativa a una puntata di Report, da lui giudicata gravemente faziosa, tanto da spingerlo a presentare un esposto all'Agcom per presunta violazione della par condicio -4. Un episodio che, al netto del merito, dimostra quanto i toni si stiano facendo accesi, anche nel mondo dell'informazione, a dimostrazione che la posta in gioco è alta e che nessuno intende concedere nulla all'avversario in vista di quella che si preannuncia come una sfida cruciale per il futuro dell'ordinamento giudiziario italiano.




