Antartide, il calore nascosto degli abissi minaccia le piattaforme di ghiaccio

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Il paradosso del "continente bianco", che per quasi mezzo secolo ha rappresentato un’eccezione alle regole del riscaldamento globale, ha trovato finalmente una spiegazione chiara nei dati raccolti a migliaia di metri di profondità. Se l’Artico, come si è purtroppo abituati a registrare, perdeva la sua copertura di ghiaccio a ritmi serrati, l’Antartide sembrava seguire una dinamica ostinatamente opposta. Tra la fine degli anni Settanta e il 2015, nonostante l’aumento costante delle temperature atmosferiche, il ghiaccio marino attorno al continente aumentava persino di estensione. Un’anomalia, questa, che tiene in scacco la comunità scientifica per decenni, alimentando un alone di mistero proprio attorno a quei meccanismi che regolano l’equilibrio idrologico del pianeta. Poi, improvvisamente, nel 2016, la tendenza si è interrotta; il crollo della massa glaciale è stato tanto brusco quanto inaspettato, segnalando un cambiamento radicale nel sistema climatico dell’emisfero australe.

Un equilibrio fragile e rovesciato

La chiave di volta di questo enigma, come rivela uno studio pubblicato sui "Proceedings of the National Academy of Sciences", non va cercata in superficie ma negli abissi oceanici, dove l’acqua è strutturata in modo controintuitivo. In superficie, uno strato di acqua gelida e relativamente poco salata, reso ancora più stabile dalle precipitazioni e dall’acqua di fusione dei ghiacci, fungeva da coperchio termico. Sotto questo strato, l’acqua profonda circumpolare – più calda e salata – rimaneva intrappolata, impossibilitata a liberare il proprio calore verso l’alto. Questo meccanismo spiega l’apparente paradosso: per decenni l’oceano ha assorbito calore in profondità senza che questo intaccasse la superficie ghiacciata, anzi, fornendo indirettamente nuovo vapore acqueo che, trasformato in neve, contribuiva ad alimentare la superficie gelata. Era, però, un equilibrio fragile. Quando, attorno al 2015-2016, i venti occidentali si sono rafforzati e la circolazione atmosferica si è riorganizzata, hanno iniziato a mescolare gli strati oceanici, distruggendo quella barriera artificiale e liberando verso l’alto il calore accumulato.

L’assalto silenzioso dell’acqua profonda

A corroborare questa tesi arriva un’indagine parallela, pubblicata su "Communications Earth & Environment" e condotta dall’Università di Cambridge, che ha per la prima volta tracciato lo spostamento fisico del calore verso le coste antartiche. Utilizzando una combinazione di dati raccolti da navi – quelle stesse che per decenni hanno solcato i mari effettuando rilevamenti sporadici – e la rete di robot galleggianti Argo, i ricercatori hanno dimostrato che la massa calda chiamata “acqua profonda circumpolare” si è espansa, avvicinandosi pericolosamente alla piattaforma continentale. In pratica, è come se qualcuno avesse aperto un rubinetto di acqua calda proprio ai piedi delle immense piattaforme di ghiaccio galleggianti, quelle stesse strutture che fungono da contrafforte per le calotte glaciali interne. Lo scioglimento, quindi, non avviene solo per la maggiore temperatura dell’aria, ma viene eroso alla base da questo assalto silenzioso e inarrestabile proveniente dagli oceani. Le ripercussioni sono immediate: quando queste piattaforme cedono, come già osservato in passato in aree come il Mare di Ross o per il ghiacciaio Thwaites, nulla frena più lo scorrere del ghiaccio continentale verso il mare.

La "memoria" dell’oceano

Il caso del ghiaccio marino antartico insegna una lezione cruciale su come gli oceani non siano semplici termometri passivi, ma veri e propri accumulatori di energia dotati di una "memoria" climatica. Possono immagazzinare calore per anni o decenni, rilasciandolo poi in maniera concentrata e improvvisa, causando cambiamenti rapidi invece che graduali. Le acque intorno all’Antartide assorbono la maggior parte del calore antropogenico globale, funzionando da cuscinetto per l’atmosfera. Tuttavia, i dati mostrano che questo cuscinetto si sta assottigliando e che l’acqua calda sta già raggiungendo le zone di aggancio delle piattaforme. Non si tratta più di uno scenario futuro ipotizzato dai modelli – come avverte il dottor Joshua Lanham di Cambridge – ma di una realtà che le osservazioni registrano oggi in tempo reale. Per ogni metro di ghiaccio continentale che, superato il suo punto di ancoraggio, scivola in mare, il livello globale degli oceani si alza in modo irreversibile.

Implicazioni per la circolazione globale

Le conseguenze di questa risalita di calore non si esauriscono, evidentemente, nel solo scioglimento dei ghiacci. L’Oceano Antartico è il motore di una parte fondamentale del grande nastro trasportatore delle correnti oceaniche, quella circolazione che regola il clima di tutto il pianeta. Quando l’acqua fredda e densa che si forma ai poli affonda, essa trascina con sé calore, carbonio e nutrienti, alimentando sistemi come la AMOC (Circolazione Atlantica del Capovolgimento Meridionale). L’afflusso di acqua calda e la maggiore quantità di acqua dolce – derivante dallo scioglimento dei ghiacci – minacciano di rallentare o alterare questa produzione di “acqua pesante” nell’emisfero australe. I cambiamenti nella distribuzione del calore antartico hanno, quindi, un effetto domino che tocca il ciclo del carbonio, la capacità dei mari di assorbire CO₂ e la stabilità climatica delle medie latitudini. Il paradosso del ghiaccio che cresceva è stato infranto; al suo posto emerge la realtà di un sistema che, dopo aver trattenuto il fiato per decenni, sta ora espirando tutto il suo calore represso.

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