Meloni a Parigi per il vertice dei Volenterosi: l’Europa cerca una terza via per Hormuz
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Redazione Esteri
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La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è attesa nel primo pomeriggio all’Eliseo per un vertice che, al di là delle formule protocollari, rappresenta una delle partite geopolitiche più delicate dei mesi recenti: la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, quel passaggio strategico attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio mondiale. L’incontro, convocato dal presidente francese Emmanuel Macron e dal premier britannico Keir Starmer, si svolge a porte chiuse, con una formula ibrida che vedrà una trentina di leader in presenza o in videoconferenza; tra i partecipanti di spicco, oltre a Meloni, figura il cancelliere tedesco Friedrich Merz.
La posta in gioco è enorme. Lo Stretto, infatti, è di fatto paralizzato da settimane: prima per l’imposizione di un blocco da parte dell’Iran, in risposta all’inizio delle ostilità con Stati Uniti e Israele, poi per il blocco navale imposto dalla marina americana, che nelle prime 48 ore avrebbe già respinto numerose petroliere. Ed è proprio in questo contesto di stallo che l’iniziativa franco-britannica – subito battezzata come la “coalizione dei volenterosi” – tenta di ritagliarsi uno spazio autonomo, una sorta di terza via che possa restituire fiducia agli armatori senza necessariamente allinearsi né alla linea di “massima pressione” di Washington né alla retorica bellica di Teheran. Per l’Eliseo, del resto, la condizione per qualsiasi azione concreta è duplice: che lo Stretto non sia minato e che non venga introdotta nessuna forma di pedaggio, come proposto in passato dalle guardie della rivoluzione iraniana.
Un’operazione (quasi) senza americani
La peculiarità del vertice, che lo rende particolarmente interessante agli occhi degli analisti, risiede nella volontà esplicita di escludere le cosiddette “parti belligeranti” dal tavolo decisionale. Né l’Iran, né Israele, né tantomeno gli Stati Uniti siederanno al tavolo, anche se, come ha ammesso Merz, è probabile che si discuterà di un loro coinvolgimento indiretto in una fase successiva. Si tratta di una scelta non priva di rischi, perché Washington – con Trump alla Casa Bianca ormai da più di un anno – non ha nascosto il proprio scetticismo: il presidente ha definito il blocco navale americano “splendido” e “straordinario”, mentre il Pentagono ha ricordato come gli alleati europei “parlino molto ma facciano poco”.
Proprio in questo quadro si inserisce la mossa di Giorgia Meloni. La sua presenza a Parigi, infatti, assume i contorni di una presa di posizione netta: dopo giorni di attacchi continui da parte di Trump, che l’aveva accusata di non essere “stata con noi” (con esplicito riferimento alla base di Sigonella), la premier sceglie il palcoscenico europeo per ribilanciare una posizione divenuta scomoda. Nessuna dichiarazione di rottura, ma un atto concreto: l’Italia si siederà al tavolo di chi intende pianificare una missione di sminamento e, eventualmente, di scorta navale, sebbene i tempi restino subordinati a un cessate il fuoco molto più solido di quello attuale.
Il piano operativo e le divergenze interne
Sul tavolo dei tecnici – che hanno già avuto modo di incontrarsi nei giorni scorsi – ci sono scenari operativi ben definiti. Il piano, rivelato da alcune anticipazioni stampa, si articolerebbe in tre fasi: una prima di evacuazione delle navi ancora bloccate nell’area, una seconda dedicata alla bonifica dalle mine (qui entrerebbero in gioco i dragamine italiani e tedeschi) e una terza di pattugliamento continuo con scorte militari, sul modello dell’operazione Aspides nel Mar Rosso. Tuttavia, tra i promotori non mancano le crepe: secondo fonti diplomatiche, Francia e Germania avrebbero visioni divergenti sul ruolo da assegnare agli Stati Uniti in questa futura architettura di sicurezza. Se Parigi insiste per marcare l’autonomia europea (e per non far passare il messaggio che si agisca per conto terzi), Berlino non esclude affatto una cornice più ampia, magari con un mandato Onu, che possa garantire una copertura politica più solida.
L’Italia, da parte sua, si muove con cautela ma con determinazione. L’ipotesi di un coinvolgimento della Marina militare nelle operazioni di sminamento è concreta, anche se i tempi non sono immediati: come ripetuto dall’Eliseo, prima di parlare di dispiegamento di navi (dalla portaerei Charles de Gaulle alle fregate), è necessario ottenere garanzie precise che Teheran non aprirà il fuoco sulle imbarcazioni e che gli Stati Uniti sospenderanno il blocco. Una partita, insomma, che si gioca su due tavoli: quello diplomatico, dove Meloni siederà accanto a Starmer e Merz, e quello militare, dove gli stati maggiori dovranno sincronizzare i propri orologi.




