Bucci e Segre, il ricordo vivo contro le "gite" di Roccella

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Tatiana Bucci, che di anni ne ha ottantotto, chiudendo gli occhi rivede il fumo dei camini, che di quelli, a Birkenau, ce n’erano quattro. Arrivò lì, insieme alla sorellina Andra, il 4 aprile del 1944, partendo da Fiume; lei aveva appena sei anni e mezzo, la sorella quattro. Suo padre, Giovanni Bucci, di religione cattolica, era stato costretto dal regime fascista a cambiare il proprio cognome, da Bucich a Bucci, mentre la madre era ebrea. “Li ho toccati su un nervo scoperto”, ha affermato la Bucci, riferendosi alle sue parole sull’antisemitismo che, a suo dire, non va relegato soltanto al fascismo, poiché oggi è ritornato. Un monito, il suo, che risuona con particolare forza mentre infuria la polemica scatenata dalle dichiarazioni della ministra Eugenia Roccella.

La provocazione della ministra e le reazioni

La ministra, infatti, si è interrogata pubblicamente sull’utilità delle gite scolastiche ad Auschwitz, domandandosi “a cosa siano servite” e suscitando, com’era prevedibile, durissime reazioni da parte del centrosinistra, il quale è arrivato ad accusarla di negazionismo. La Roccella, che ha definito quei viaggi d’istruzione con il termine “gite”, ha sostenuto come essi siano stati “un modo per continuare a dire che l’antisemitismo era una questione fascista e basta”, motivo per il quale, a suo avviso, “sono state incoraggiate e valorizzate”. Per difendersi dalle critiche, la ministra ha ricordato la sua lunga vicinanza al mondo ebraico e il suo impegno, una vita intera, “in questa battaglia contro pregiudizio e discriminazione”, senza dimenticare le sue radici nel movimento radicale, che su queste tematiche ha sempre avuto una posizione molto netta.

La risposta di Liliana Segre

A intervenire con la forza della sua autorità morale è stata la senatrice a vita Liliana Segre, la quale ha confessato di avere stentato a credere che “una ministra della Repubblica, dopo avere definito ‘gite’ i viaggi di istruzione ad Auschwitz, possa avere detto che sono stati incoraggiati per incentivare l’antifascismo”. La Segre, con una semplicità che colpisce al cuore, ha aggiunto che “la verità fa male”, lasciando intendere come le parole della ministra abbiano mancato di rispetto alla storia e alla memoria di chi, come lei e come Tatiana Bucci, quell’inferno l’ha vissuto sulla propria pelle. La sua indignazione, misurata ma profonda, ha offerto una risposta che va ben al di là delle strumentali polemiche politiche.

Il valore di un'esperienza educativa

Quello che la ministra Roccella contesta, in definitiva, è un’esperienza educativa che nessuno, nemmeno nelle file della destra, aveva mai seriamente messo in discussione in tutti questi decenni. La sua posizione, che riduce a “gite” un percorso di conoscenza e di elaborazione del lutto collettivo, finisce per sminuire il significato profondo di quei viaggi, i quali, al di là di ogni strumentalizzazione, rappresentano per generazioni di studenti un incontro sconvolgente e necessario con la Storia. Un incontro che, come dimostrano le parole ancora lucide di Tatiana Bucci, serve a mantenere viva la consapevolezza di ciò che è stato, affinché il fumo di quei camini non offuschi mai la verità dei fatti.

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