Fincantieri, un carico da 74 miliardi: l’underwater spinge i conti ma il mercato non premia

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il dado, per quanto si possa dire di un cantiere navale che guarda al futuro con un portafoglio ordini da record, è tratto: Fincantieri ha chiuso il primo trimestre del 2026 con numeri che farebbero impallidire qualsiasi competitor, eppure a Piazza Affari la reazione è stata quella di un secco -0,92% (ieri il titolo ha ceduto l’1,38% in un contesto negativo, con il Ftse Mib in calo dell’1,45%). La ragione di questo apparente paradosso – un’azienda che annuncia risultati da capogiro e viene punita dal mercato – affonda le proprie radici nelle attese degli investitori, spesso più rapide nel premiare le promesse che nel digerire i dettagli di una guidance ritoccata al rialzo.

Un trimestre da incorniciare, con il record assoluto nel portafoglio

Il consiglio d’amministrazione, presieduto da Biagio Mazzotta, ha approvato ieri i dati dei primi tre mesi dell’anno: l’Ebitda margin vola al 7,4% (dal 6,5% dello stesso periodo del 2025), mentre il portafoglio ordini raggiunge la cifra stratosferica di 74,2 miliardi di euro, a fronte dei 63,2 miliardi di fine 2025. Un carico di lavoro, quest’ultimo, che impegnerà gli stabilimenti del gruppo fino al 2039. In pratica, Fincantieri ha già firmato contratti per oltre 11 miliardi di euro nei soli primi tre mesi, centrando in anticipo l’obiettivo che si era posta per l’intero 2026. La posizione finanziaria netta adjusted, inoltre, è scesa a debito da 1.311 milioni a 771 milioni, anche grazie all’aumento di capitale da 500 milioni realizzato a febbraio, un’operazione che ha alleggerito il rapporto di indebitamento rispetto alla fine dell’anno scorso.

L’underwater accelera, la difesa navale diventa il vero motore

A trainare la corsa è, senza troppi giri di parole, il segmento dell’underwater. Qui i ricavi hanno toccato i 135 milioni di euro, con un Ebitda di 23 milioni, in crescita rispettivamente del 43,3% e del 44,0% sul primo trimestre del 2025. Numeri che non lasciano spazio a interpretazioni: la subacquea non è più una nicchia tecnologica, ma un business strutturale. Durante la call con gli analisti, l’amministratore delegato Pierroberto Folgiero ha gettato un altro macigno nelle acque già agitate del mercato: «Nei prossimi mesi chiuderemo contratti nella difesa per 5 miliardi – ha detto – e vediamo nella difesa navale uno sviluppo a lungo termine che va al di là dei conflitti in corso». Una dichiarazione pesante, se si considera che nessuno, né gli analisti presenti né i fondi d’investimento collegati da remoto, ha potuto obiettare sulla solidità delle trattative in corso.

Il giudizio degli analisti e il passo falso del mercato

Nonostante la mole di ordini e l’upgrade della guidance 2026 – un segnale che di solito farebbe volare qualsiasi titolo – Deutsche Bank ha definito i conti “misti”, pur confermando il rating buy e un prezzo obiettivo a 18,5 euro. Un’ambivalenza che spiega bene lo stato d’animo degli operatori: da un lato i fondamentali migliorano, dall’altro le attese erano forse troppo esigenti. A fine seduta, Fincantieri valeva 11,105 euro per azione, lasciando sul piatto quasi un punto percentuale. La sensazione, per chi segue il settore da anni, è che il mercato abbia voluto incassare i facili guadagni dopo i rialzi precedenti, senza però mettere in discussione la sostanza industriale del gruppo. Perché un portafoglio di 74 miliardi – oltre 8 volte i ricavi del 2025 – non si discute: si aspetta soltanto che venga trasformato in utili.

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