Caso Resinovich, la difesa di Visintin: nessuna prova contro di lui, non sia la nuova Garlasco
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Redazione Interno
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Nessuna prova scientifica a carico di Sebastiano Visintin, unico indagato per la morte della moglie Liliana Resinovich. È quanto sostengono i suoi difensori, gli avvocati Alice e Paolo Bevilacqua, che in una nota diffusa alla stampa hanno preso posizione sulle risultanze della perizia disposta dalla giudice per le indagini preliminari di Trieste, Flavia Mangiante, e destinata a essere discussa in aula il prossimo 30 ottobre.
Le tracce di Dna ignoto
Gli accertamenti tecnici, affidati ai periti Eva Sacchi, Chiara Turchi e Paolo Fattorini, hanno individuato sui jeans indossati dalla vittima e su uno dei sacchi neri utilizzati per contenere il cadavere alcune tracce di Dna riconducibili a un uomo allo stato ignoto. Lo stesso profilo genetico maschile, secondo quanto emerge dalla relazione, sarebbe stato isolato anche sul cordino che teneva unite le tre chiavi della donna.
I legali di Visintin non contestano il dato in sé, ma ne ridimensionano la portata: si tratta di una traccia il cui significato e la cui eventuale rilevanza nella ricostruzione dei fatti richiederanno ulteriori approfondimenti, hanno spiegato.
L'assenza del Dna del marito sul cordino
Il punto su cui la difesa insiste con maggiore forza è però un altro, ovvero il mancato rinvenimento di Dna riconducibile a Sebastiano Visintin sul cordino che avvolgeva il collo della vittima. «Si tratta di un dato scientifico che questa difesa ritiene meritevole della massima attenzione, soprattutto in relazione al capo d'incolpazione provvisorio», si legge nella nota.
L'assenza di una traccia genetica, ammettono i difensori, non consente da sola conclusioni definitive, ma a loro avviso quella circostanza non può essere trascurata e deve trovare adeguata considerazione nella valutazione complessiva degli elementi investigativi.
L'ipotesi del suicidio resta aperta
Secondo Alice e Paolo Bevilacqua, l'ipotesi iniziale del suicidio, poi archiviata dalla Procura di Trieste, merita ancora un'attenta valutazione. I difensori sostengono che alcune circostanze fattuali possano suggerire una situazione di particolare difficoltà attraversata dalla donna, senza che ciò consenta di trarre conclusioni definitive sulle cause e sulle modalità del decesso.
L'obiettivo dichiarato non è individuare a ogni costo un colpevole, né confermare un'ipotesi già formulata, ma avvicinarsi il più possibile alla verità storica dei fatti, nel rispetto della vittima e dei diritti dell'indagato.
L'appello contro il processo mediatico
Nella nota diffusa dai legali compare anche un auspicio esplicito: che la vicenda non si trasformi in un nuovo caso Garlasco sul piano mediatico, dove il clamore rischia di sovrapporsi al necessario rigore dell'accertamento giudiziario. «Il processo penale si celebra nelle aule di giustizia, non negli studi televisivi né sulle pagine dei giornali», hanno dichiarato i difensori, sottolineando che il legittimo diritto di cronaca non deve trasformarsi in un processo mediatico alimentato da ricostruzioni parziali o giudizi anticipati.
Il contesto della vicenda
Liliana Resinovich, sessantatreenne di Trieste, scomparve il 14 dicembre 2021. Il suo corpo fu ritrovato senza vita il 5 gennaio successivo nell'area dell'ex ospedale psichiatrico della città. La perizia disposta dalla giudice Mangiante ha inoltre accertato l'assenza di tracce del terreno del luogo del ritrovamento sulle suole delle scarpe della donna, elemento che secondo il legale del fratello della vittima, Nicodemo Gentile, rafforzerebbe l'ipotesi che il corpo sia stato portato lì in un momento successivo alla morte.
I risultati degli esami saranno al centro dell'udienza del 30 ottobre, quando i periti saranno ascoltati e le parti potranno formulare le proprie osservazioni.
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