Padova, carcere in bilico tra sovraffollamento record e drammi silenziosi
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Mentre i dati sulla criminalità, che vedono un’impennata dei reati contro il patrimonio, fotografano una situazione sempre più complessa per le forze dell’ordine, un altro fronte critico, quello del sistema penitenziario, mostra crepe profonde in cui il sovraffollamento diventa un moltiplicatore di disagio e tragedie. I numeri, del resto, parlano con una chiarezza disarmante: si è passati dagli 8.238 nuovi fascicoli per reati contro il patrimonio di cinque anni fa agli attuali 14.041, un incremento vertiginoso che si scontra però con l’amaro dato di un’impunità di massa, dato che l’81 per cento di questi casi, ovvero 11.480, rimane archiviato contro ignoti. A dominare la scena delittuosa, in un panorama che spazia dalle rapine all’usura, sono soprattutto i furti nelle abitazioni e gli scippi, arrivati a toccare la soglia dei 10.714 episodi, mille in più rispetto all’anno precedente, in un’escalation che grava quotidianamente sulla sicurezza dei cittadini.
L’emergenza dentro le mura: il carcere di Due Palazzi sotto pressione
Se le strade e le case sembrano diventate un territorio più insidioso, all’interno degli istituti di pena la pressione raggiunge livelli critici, come denunciato dalle realtà associative che operano nel penitenziario padovano di Due Palazzi. Rossella Favero, portavoce del coordinamento di queste associazioni, lancia un allarme preciso, sottolineando come il sovraffollamento abbia ormai superato ogni soglia precedente, una situazione mai così grave da costringere a valutare persino l’utilizzo forzato degli spazi comuni, come le salette di socialità, per allocare i detenuti. Un fenomeno, questo, aggravato in modo significativo dall’arrivo continuo di giovani e giovanissimi, che sposta ulteriormente l’ago della bilancia verso un punto di rottura, mettendo a dura prova non solo le strutture ma anche qualsiasi progetto rieducativo.
Una sequenza di tragedie che interroga il sistema
In questo contesto di tensione costante, i drammi individuali si succedono con un ritmo che lascia sgomenti. Poche settimane fa, un detenuto di 74 anni, un ergastolano che aveva trascorso ben 38 anni tra quelle mura, si è tolto la vita all’alba del giorno stabilito per il suo trasferimento, un evento che le volontarie hanno interpretato come l’incapacità di sopportare il peso di quella che era vissuta come un’ennesima, brutale condanna. Quello, che rappresentava il terzo suicidio in carcere in meno di un mese, non è rimasto un episodio isolato: poche ore dopo, un altro uomo, un vicentino di 34 anni, ha posto fine alla propria vita nella sua cella. La sua legale ha raccontato di un uomo terrorizzato, reduce da un pestaggio subito in silenzio per paura di ritorsioni, che aveva confessato il tutto solo quando il dolore fisico e la paura per la sua incolumità erano diventati insostenibili.
Un grido d’allarme inascoltato dalle istituzioni
A fronte di questa emergenza umanitaria dentro le mura, le associazioni di volontariato hanno cercato di aprire un canale con le istituzioni, scrivendo al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e al ministero della Giustizia per sollecitare un intervento. Una richiesta di attenzione, quella contenuta nella lettera inviata dopo l’ultimo tragico evento, che al momento non ha ricevuto alcuna risposta formale, lasciando così aperte tutte le questioni irrisolte di un sistema che fatica a conciliare esigenze di sicurezza e rispetto della dignità della persona. I fatti di cronaca nera, pertanto, si intrecciano inesorabilmente con le inchieste e le vicende giudiziarie, mostrando due facce di una stessa medaglia: un fuori dove i reati aumentano e spesso restano impuniti, e un dentro dove la vita, in condizioni estreme, a volte sceglie l’estrema via della fuga.




