Israele, Iran e Usa: la guerra e le sue ombre. Khamenei accusa, Trump si proclama paciere
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Redazione Esteri
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Un fiume di persone in lutto, vestite di nero, ha invaso le strade di Teheran durante i funerali delle vittime degli ultimi scontri. Bandiere iraniane sventolano tra i ritratti dei caduti, mentre la folla scandisce slogan contro Israele e gli Stati Uniti. «Morte a Netanyahu», «morte a Trump», gridano i manifestanti, mostrando al contempo fedeltà alla Guida Suprema Ali Khamenei, il quale ha ribadito che «la resa non è un’opzione». Le immagini, trasmesse dalla tv di Stato e riprese da network internazionali, mostrano una tensione che, nonostante la tregua, continua a covare sotto la cenere.
L’Iran ha parzialmente riaperto lo spazio aereo ai voli internazionali, ma le restrizioni permangono in gran parte del Paese, segno che la situazione è tutt’altro che normalizzata. Intanto, le dichiarazioni si rincorrono: Trump ha rivendicato il successo delle operazioni militari statunitensi, sostenendo di aver «annientato» il programma nucleare iraniano, mentre fonti dell’intelligence e il direttore dell’Aiea, Rafael Grossi, parlano di danni «significativi ma non definitivi» agli impianti di Fordow, Natanz e Isfahan.
Sul campo, Israele ha colpito ancora: le Forze di Difesa hanno ucciso uno dei fondatori di Hamas, accusato di aver ideato l’attacco del 7 ottobre. Un episodio che rischia di riaccendere gli animi in una regione dove ogni gesto è calcolato e ogni parola pesata. Khamenei, dal canto suo, non ha usato mezzi termini: «Gli americani vogliono la nostra resa, ma non accadrà mai».
Dietro la retorica dei vincitori, però, la realtà appare più complessa. Quella che Trump ha definito una «tregua» sembra più una fragile pausa tra due fuochi che potrebbero riaccendersi da un momento all’altro. La politica estera americana, spesso descritta come autonoma, appare sempre più legata alle dinamiche mediorientali, con Washington che segue più di quanto non guidi. In Europa, intanto, il dibattito su Israele rimane un tabù, mentre Roma e altre capitali osservano con preoccupazione gli sviluppi.




