L'arsenale interrato dei «cacciatori»: i video e i blitz nei boschi tra Milano e Novara
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Redazione Interno
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Non sono stati semplici sopralluoghi, quelli che i carabinieri della sezione operativa della Compagnia di Bergamo hanno condotto nelle settimane successive alla sparatoria di Seriate. A dare man forte agli inquirenti, nelle battute di caccia ai depositi sotterranei, sono stati i militari dello squadrone «Cacciatori Sicilia» e gli specialisti del nucleo cinofili di Casatenovo, in provincia di Lecco, addestrati al fiuto per gli esplosivi; un dispiegamento di forze che testimonia la mole e la pericolosità dell'arsenale rinvenuto.
A più riprese, gli investigatori hanno scandagliato le boscaglie tra la provincia di Novara e il Milanese, portando alla luce un quantitativo di armi da guerra tale da far supporre una logistica ben organizzata, al servizio di un gruppo criminale che agiva con modalità paramilitari. Armi avvolte in strati di plastica e interrate a una profondità tale da sfuggire a uno sguardo distratto, pronte a essere riesumate al momento del bisogno; un sistema di occultamento che ha richiesto l'impiego di unità specializzate per essere smascherato.
La faida per lo spaccio e l'agguato di Seriate
L'inchiesta, che ha portato al fermo di quattro persone, trova la sua origine nella sparatoria del 21 giugno scorso, quando davanti alle piscine Aquamore di Seriate, nel Bergamasco, sono stati esplosi colpi di arma da fuoco in un contesto di violenza che ha scosso la provincia. Secondo la ricostruzione della Procura di Bergamo, l'agguato non sarebbe un episodio isolato, bensì il precipitare di una faida tra gruppi rivali per il controllo delle piazze di spaccio; un conflitto che si trascinava da tempo e che aveva già avuto altri capitoli cruenti nelle settimane precedenti.
L'obiettivo del commando, quella sera di giugno, riuscì a dileguarsi senza riportare ferite, ma l'accaduto ha innescato un meccanismo investigativo che ha portato alla luce un sistema di violenza e intimidazione ben più radicato. Il pm Antonio Mele ha coordinato le indagini dei carabinieri, riuscendo a ricostruire i movimenti del gruppo e a risalire alla figura di El Allali Boutrousse, conosciuto nell'ambiente come «Botros», il marocchino di 29 anni fermato sabato 29 agosto e che avrebbe già confessato il proprio coinvolgimento nella sparatoria.
Il precedente di San Paolo d'Argon e il blitz del commando
Le indagini hanno presto accertato che l'agguato di Seriate non era stato il primo assalto messo a segno dal gruppo. Poco prima, il 15 giugno, un commando composto da una dozzina di individui, tutti con il passamontagna a coprire il volto, era emerso dalla vegetazione nella zona industriale di San Paolo d'Argon, sempre nel Bergamasco, imbracciando fucili d'assalto del tipo kalashnikov per poi dileguarsi a bordo di tre autovetture.
Il modus operandi, identico a quello che sarebbe stato replicato qualche giorno dopo alle piscine, ha subito fatto scattare un campanello d'allarme tra gli inquirenti, i quali hanno collegato i due episodi allo stesso retroscena di rivalità criminale. È proprio da questi movimenti, e dalla minuziosa analisi dei pedinamenti e delle tracce lasciate sul territorio, che i militari della sezione operativa di Bergamo sono riusciti a ricostruire la mappa dei nascondigli utilizzati per occultare le armi.
La caccia nei boschi tra Oleggio Castello e Vittuone
Il risultato più eclatante delle ricerche è stato il rinvenimento di veri e propri arsenali bellici interrati in due zone distinte: una nei pressi di Oleggio Castello, in provincia di Novara, e l'altra a Vittuone, nel milanese. All'interno dei depositi, oltre a kalashnikov e fucili d'assalto, sono state trovate ingenti quantità di munizionamento e sostanze stupefacenti, a dimostrazione di un intreccio pericoloso tra traffico d'armi e spaccio di droga che alimentava le casse del sodalizio criminale.
I carabinieri «cacciatori», specializzati in operazioni di ricerca in ambienti impervi, hanno setacciato il sottobosco centimetro per centimetro, coadiuvati dai cani delle unità cinofile di Casatenovo, i quali hanno fiutato la presenza di esplosivi e polvere da sparo anche a diversi strati di terra. Ogni arma era stata avvolta con cura in teli impermeabili e interrata con precisione, quasi a voler creare una riserva logistica a cui attingere in caso di necessità per nuovi agguati o per far fronte a eventuali ritorsioni della fazione avversa.
Il fermo delle quattro persone, eseguito al termine di una complessa attività di indagine che ha coinvolto intercettazioni e pedinamenti, ha permesso di comporre un tassello fondamentale del quadro indiziario: gli uomini fermati, secondo l'accusa, avrebbero non solo partecipato alla sparatoria di Seriate, ma gestito anche la catena di approvvigionamento e occultamento delle armi utilizzate nei due blitz.
L'ammissione di «Botros» ha fornito agli inquirenti un filo diretto per ricostruire le gerarchie e i ruoli all'interno del gruppo, sebbene il quadro complessivo del conflitto tra le bande rivali appaia ancora in fase di definizione. Le armi da guerra, provenienti da canali illeciti di approvvigionamento, rappresentano un salto di qualità nella pericolosità delle organizzazioni dedite al traffico di stupefacenti, trasformando le tradizionali faide di quartiere in operazioni militari con un potenziale offensivo devastante.
L'operazione condotta dai carabinieri, con il supporto delle unità speciali e il coordinamento della Procura di Bergamo, ha inferto un colpo significativo a una rete criminale che aveva trasformato i boschi della Lombardia e del Piemonte in magazzini a cielo aperto, sfruttando l'isolamento delle aree rurali per sfuggire ai controlli.
Mentre gli arrestati vengono trattenuti in carcere a disposizione dell'autorità giudiziaria, gli accertamenti proseguono per chiarire se vi siano ulteriori depositi di armi ancora attivi e per individuare eventuali complici che hanno favorito l'acquisto e il trasporto del materiale bellico; la scoperta degli arsenali di Oleggio Castello e Vittuone ha comunque già offerto una prova tangibile della pianificazione e della spregiudicatezza con cui il gruppo agiva, gettando nuova luce sulle dinamiche della criminalità organizzata nel territorio bergamasco.
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