Il Brent scivola a 116 dollari, Usa e Iran trattano ancora
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Redazione Economia
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Il greggio, dopo un’impennata che nella notte lo aveva portato a sfiorare quota 126 dollari al barile, ha bruscamente invertito la rotta nella tarda mattinata di giovedì 30 aprile. Il Brent, che per alcuni trader rappresenta ancora il termometro più affidabile delle tensioni mediorientali, cede ora l’1,4% attestandosi sui 116,4 dollari; il Wti, dal canto suo, resta praticamente piatto (-0,05%) a 106,9 dollari. Un raffreddamento, questo, che giunge a meno di due giorni dall’annuncio – a dir poco dirompente – degli Emirati Arabi Uniti di abbandonare l’Opec e l’Opec Plus a partire dal primo maggio. Una decisione, quella di Abu Dhabi, che aveva proiettato il mercato verso una crisi energetica di proporzioni difficilmente valutabili, facendo balzare le quotazioni oltre i 125 dollari in un lasso di tempo sorprendentemente breve.
Il crollo della tensione militare e la tregua mancata
Ciò che oggi frena la corsa del petrolio è soprattutto un accantonamento, per ora solo apparente, del rischio di un’escalation militare tra Stati Uniti e Iran. Secondo quanto reso noto dalla Cnn, l’amministrazione Trump – che da ormai più di un anno siede nuovamente alla Casa Bianca – si aspetta entro venerdì una proposta aggiornata da Teheran. Una trattativa, quella in corso, che resta però fortemente instabile: nelle ultime ore erano circolate indiscrezioni di stampa secondo cui l’esercito statunitense avrebbe informato il presidente su possibili azioni contro la Repubblica islamica, alimentando il timore di una ripresa del conflitto armato. Di qui il rally iniziale, poi rientrato in assenza di conferme ufficiali.
Il ruolo del blocco delle esportazioni iraniane
A tenere alta la tensione – anche dopo il parziale arretramento del Brent – rimane il rafforzamento del blocco statunitense delle esportazioni iraniane. Una misura, questa, che di fatto sottrae dal mercato globale milioni di barili giornalieri, contribuendo a mantenere i prezzi su livelli mai toccati da quattro anni a questa parte. I trader, in queste ore, guardano con attenzione a due variabili opposte: da un lato il boom del greggio statunitense, che potrebbe parzialmente compensare i vuoti lasciati dall’Iran e dagli Emirati, dall’altro la fine del mese, tradizionalmente associata a movimenti di bilancio in grado di amplificare la volatilità. E proprio in questo contesto si inserisce il commento degli analisti di Milano Finanza, secondo i quali il petrolio avrebbe «rallentato la corsa dopo un’accelerazione al rialzo in avvio di seduta».
Un equilibrio instabile tra diplomazia e guerra
La vera posta in gioco, al momento, non è tanto il prezzo del barile in sé – già ieri schizzato a oltre 125 dollari – quanto la capacità delle diplomazie di scongiurare un’azione militare diretta. L’attesa per la proposta iraniana di venerdì è palpabile, e nessuno, tra gli addetti ai lavori, può escludere che quelle stesse indiscrezioni su un possibile attacco preventivo si rivelassero solo un rumor orchestrato per influenzare le contrattazioni. Quel che è certo, per ora, è che il Brent ha ritrovato un equilibrio precario sotto i 117 dollari, mentre le cancellerie di Washington e Teheran continuano a confrontarsi senza che nessuna delle due abbia ancora alzato il tiro definitivamente.




