Accordo Usa-Iran, il Brent cala a 82,5 dollari. Borse europee positive ma caute

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’annuncio, giunto nel weekend e confermato da fonti diplomatiche nella giornata di lunedì, ha scatenato una reazione immediata sui mercati finanziari, desiderosi di incassare il cosiddetto “premio per la pace” dopo mesi di tensioni. Il Brent, il greggio di riferimento del Mare del Nord, è scivolato fino a quota 82,49 dollari al barile, un livello che non si registrava dai primi di marzo.

Contestualmente, il West Texas Intermediate (Wti) è sceso sotto la soglia psicologica degli 80 dollari, un calo di quasi il 6% che testimonia l’enorme peso che il conflitto in Medio Oriente aveva accumulato sui costi energetici. Le Borse europee, inizialmente euforiche, hanno archiviato la seduta con un andamento positivo ma non privo di frenate, complice la consapevolezza – già radicata tra gli analisti – che le dichiarazioni di principio, per quanto solenni, non bastano a cancellare l’incertezza strutturale.

La firma in Svizzera e la “sovrapposizione” tra guerra e tregua

L’intesa, che sarà ratificata venerdì 19 giugno in Svizzera, prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz e la cessazione delle ostilità su tutti i fronti, un passaggio – quest’ultimo – che include teoricamente anche il Libano. Se da un lato l’amministrazione Trump celebra l’accordo come un successo epocale, dall’altro si registrano subito le prime, pesantissime crepe.

La realtà, come spesso accade in quella che è stata definita una “sovrapposizione quantistica” tra pace e conflitto, è che mentre i diplomatici stringono le mani, i caccia continuano a volare: poche ore dopo l’annuncio, un bombardamento israeliano ha colpito il quartiere di Dahieh a Beirut, uccidendo tre persone e ferendone quindici.

Israele dice no: il nodo della sovranità militare

Il rifiuto di Israele è stato netto e senza mezzi termini. Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, ha dichiarato che “l’accordo di Trump non ci vincola”, sottolineando che Israele non è “una repubblica delle banane” e che non cederà sulla propria libertà d’azione. La clausola libanese è il vero pomo della discordia: Teheran pretende la smobilitazione immediata di Hezbollah dal sud del Libano, ma Gerusalemme considera l’accordo nullo nella parte in cui limita le sue operazioni oltre il confine settentrionale.

Questa posizione, espressa anche dal ministro della Difesa Katz, rischia di rendere vano l’intero impianto negoziale, visto che senza il placet israeliano qualsiasi cessate il fuoco in Medio Oriente resta sulla carta.

Logistica e pedaggi: l’incognita di Hormuz

Anche sul piano pamente logistico, i problemi sono lontani dall’essere risolti. Donald Trump ha promesso che “Hormuz sarà completamente aperto venerdì”, ma le bonifiche delle mine navali – disseminate nelle ultime settimane – potrebbero richiedere da tre a sei mesi per essere completate. Inoltre, resta sul tavolo la spinosa questione del “pedaggio mascherato”: l’Iran, insieme all’Oman, ha dichiarato l’intenzione di riscuotere tariffe per i “servizi di navigazione” forniti alle petroliere in transito.

Una pratica che, secondo il diritto internazionale richiamato da Confitarma, rischierebbe di violare il regime di “passaggio in transito” garantito a tutte le navi, trasformando un corridoio libero in una barriera a pagamento.

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