Accordo Usa-Iran, il Brent crolla a 82,5 dollari. Borse europee in rally, frenano gli energetici

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’annuncio – giunto nella giornata di lunedì 15 giugno – di un accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran, volto a porre fine a un conflitto protrattosi per mesi, ha generato una reazione a catena sui mercati finanziari globali, con il prezzo del petrolio che è letteralmente crollo su livelli che non si toccavano dall’inizio di marzo, agli albori della Guerra del Golfo.

Il Brent, il greggio di riferimento per l’Europa, è scivolato fino a 82,5 dollari al barile, registrando una flessione di quasi il 5%; contestualmente, il Wti americano ha subito una battuta d’arresto analoga, attestandosi in area 80 dollari. Una vera e propria doccia fredda – per usare una metafora opposta alla realtà dei fatti – per i trader del settore energetico, i quali avevano scommesso su tensioni prolungate, mentre per le economie occidentali, assetate di materie prime a buon mercato, si tratta di una boccata d’ossigeno tanto improvvisa quanto, va detto, attesa.

La riapertura dello Stretto di Hormuz e l’effetto sui listini

Il cuore pulsante di questa improvvisa inversione di tendenza risiede nella riapertura dello Stretto di Hormuz, l’arteria strategica attraverso la quale transita quotidianamente circa un quinto del petrolio mondiale e che era stata progressivamente bloccata dall’escalation militare. Con l’intesa, che secondo le bozze trapelate consterebbe di 14 punti e prevede lo stop permanente alle ostilità anche in Libano, Teheran si è impegnata a riaprire il transito, mentre Washington ha revocato il blocco navale.

La reazione delle Borse europee non si è fatta attendere: indici come il Ftse Mib di Milano hanno aperto in forte rialzo, sostenuti in particolare dai comparti industriali e ciclici, come Stellantis e Ferrari, che beneficiano di costi di produzione e logistica in calo. Parigi e Francoforte hanno seguito a ruota, archiviando la seduta con progressi intorno al punto percentuale, sebbene nel finale gli acquisti abbiano mostrato qualche segnale di stanchezza, complice la cautela legata alla tenuta effettiva del cessate il fuoco.

Il paradosso dei titoli: crollano i colossi del greggio, volano le compagnie aeree

Se da un lato l’azionario nel suo complesso festeggia, dall’altro occorre guardare al drammatico effetto settoriale di questo ribasso. Il forte calo del petrolio sta infatti penalizzando duramente i titoli del settore energetico: a Piazza Affari, Eni ha lasciato sul terreno oltre il 4%, mentre Saipem e Tenaris hanno registrato flessioni ancor più pesanti, e lo stesso copione si è ripetuto a Londra con BP e Shell.

Oltreoceano, i giganti come Exxon Mobil, Chevron e ConocoPhillips hanno subito perdite superiori al 3%, con le raffinerie (Valero Energy e Marathon Petroleum su tutte) messe ancora peggio, cedendo oltre il 4%. Esattamente agli antipodi si muovono i titoli maggiormente sensibili al costo del carburante: le compagnie aeree e quelle di crociera volano.

United Airlines, American Airlines e Delta Air Lines avanzano con rialzi consistenti (tra il 3% e il 4%), mentre nel comparto navi da crociera, Norwegian Cruise Line e Carnival registrano guadagni analoghi, scommettendo su un ritorno alla redditività pre-crisi energetica.

Le ricadute alla pompa e l’incognita sui timing dei rifornimenti

L’effetto concreto di questi ribassi – che hanno riportato le quotazioni ai minimi da tre mesi – si vedrà solo nei prossimi giorni sui prezzi finali alla pompa, dove la catena degli approvvigionamenti impone un certo ritardo di trasmissione. Nelle Marche, ad esempio, secondo l’Osservatorio prezzi del Mimit, la benzina al self service viaggiava in media a 1,875 euro al litro e il gasolio a 1,976, valori ancora lontani dalle soglie precedenti al conflitto di febbraio (quando il pieno costava circa 10 euro in meno).

La Federconsumatori ha già chiesto che il crollo del greggio si traduca rapidamente in una tregua per i bilanci familiari, auspicando che l’effetto pace metta fine anche a quella che definiscono una “speculazione” durata mesi. Per ora, l’allentamento della morsa geopolitica ha comunque fatto crollare anche il prezzo del gas in Europa, sceso del 9% a 42,4 euro al megawattora, allentando la pressione inflazionistica che teneva in scacco le banche centrali.

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