La minaccia dei missili iraniani sull'Italia: gittate, scenari e le regioni esposte
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Redazione Interno
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Il raid congiunto statunitense e israeliano sul territorio iraniano, un'operazione che ha portato alla morte del leader Ali Khamenei e di gran parte della dirigenza militare di Teheran, ha aperto una fase di escalation la cui onda d'urto, a quasi una settimana di distanza, continua a propagarsi ben oltre i confini del Medio Oriente. La rappresaglia della Repubblica islamica, concretizzatasi in un lancio massiccio di oltre 771 missili balistici e 906 droni contro obiettivi in Israele e basi americane nel Golfo, ha riacceso i riflettori su un interrogativo che torna ciclicamente a inquietare l'opinione pubblica europea: l'Italia, con le sue coste e le sue città, è nel mirino di Teheran? -2-9 La risposta, come spesso accade in ambito strategico, non può essere binaria e richiede un'analisi approfondita delle effettive capacità missilistiche iraniane, delle distanze geografiche in gioco e dell'architettura difensiva dispiegata dalla Nato nel Mediterraneo.
L'arsenale di Teheran, infatti, è uno dei più vasti e diversificati della regione, sviluppato in decenni di isolamento e conflitti per procura. Al suo interno figurano sistemi di vario tipo, ma sono quelli a medio e lungo raggio a destare maggiore preoccupazione in Europa. Analizzando i dati pubblicamente disponibili, si scopre che la maggior parte dei vettori balistici operativi, come i modelli Emad, Ghadr o Sejjil, hanno una gittata dichiarata che si attesta tra i 1.700 e i 2.000 chilometri. Un raggio d'azione che, seppur considerevole, non consente di minacciare direttamente il cuore dell'Europa occidentale partendo da basi sicure all'interno dei confini iraniani: la distanza in linea d'aria da Teheran a Roma, per fare un esempio, supera i 3.400 chilometri. Il vero oggetto del contendere, il vettore che ha alimentato i titoli dei giornali e le dichiarazioni di alcuni diplomatici israeliani, è il missile da crociera Soumar e, soprattutto, il missile balistico *Khorramshahr-4*. Quest'ultimo, una versione evoluta di un progetto nordcoreano, presenta caratteristiche tecniche peculiari: con un carico bellico standard di circa 1.800 chilogrammi, la sua portata si ferma ai 2.000 chilometri, ma alleggerendo la testata, come avviene in alcuni scenari d'impiego teorici, si ipotizza possa arrivare a toccare i 3.000 chilometri. Una soglia, quest'ultima, che renderebbe tecnicamente raggiungibili non solo le propaggini sud-orientali della Penisola, ma anche città come Roma o Berlino, seppur al limite estremo della loro finestra operativa.
Le regioni italiane nel raggio e il fattore "basi nascoste"
Se si incrociano i dati sulla gittata massima teorica di questi vettori con la geografia, emerge un quadro più preciso di quali aree italiane potrebbero essere potenzialmente esposte. Considerando una traiettoria che da una delle basi missilistiche iraniane più occidentali, come quelle situate nei pressi di Kermanshah o Tabriz, punti verso il Mediterraneo centrale, la distanza si accorcia sensibilmente. In questo scenario, con un missile in grado di coprire 2.500.000 chilometri, le regioni del Sud Italia e le isole maggiori finirebbero inevitabilmente nel cono d'ombra della minaccia. La Calabria, la Sicilia orientale, la Puglia e, in parte, la Basilicata sono i territori che, per la loro posizione avanzata nel Mediterraneo, si troverebbero a una distanza che sfiora o rientra nei parametri massimi di alcuni dei sistemi d'arma a disposizione di Teheran. Non va dimenticato, inoltre, che l'Iran ha sviluppato una dottrina militare nota come "guerra a mosaico", basata su centri di comando decentralizzati e sull'impiego di vettori lanciabili da posizioni nascoste o mobili. La recente scoperta di basi sotterranee, le cosiddette "città dei missili", dimostra la volontà di Teheran di preservare una capacità di attacco anche dopo un primo colpo devastante, rendendo più complessa una loro neutralizzazione preventiva. A questo si aggiunge l'utilizzo massiccio di droni *Shahed-136*, veri e propri "kamikaze" con una gittata dichiarata fino a 2.500 chilometri e una velocità ridotta che, se da un lato li rende più facili da intercettare, dall'altro li trasforma in strumenti ideali per saturare le difese aeree in attacchi a sciami, come già accaduto in Ucraina e, più recentemente, contro la base britannica di Akrotiri a Cipro.
L'attivazione delle difese Nato e lo scudo sul Mediterraneo
Di fronte a questo scenario, per quanto ancora in larga parte teorico, l'architettura difensiva dell'Alleanza Atlantica e dei singoli stati membri si è attivata su più livelli. L'attacco con droni alla base di Akrotiri, che ha causato danni minori ma ha rappresentato un precedente storico colpendo un'installazione militare di un paese Ue (il Regno Unito), ha funto da detonatore per una risposta coordinata. Francia, Germania e Grecia hanno già annunciato l'invio di navi da guerra e sistemi anti-aerei e anti-drone a Cipro per rafforzare la protezione dell'isola, un avamposto cruciale nel Mediterraneo orientale. Per quanto riguarda la difesa del territorio italiano e dei paesi Nato del fianco sud, il perno del sistema è rappresentato dallo scudo antimissile Aegis Ashore dispiegato a Deveselu, in Romania, e dai cacciatorpediniere della classe Arleigh Burke della Marina militare statunitense, costantemente di pattuglia nel Mediterraneo con i loro intercettori SM. Questi sistemi, progettati per neutralizzare missili balistici a quote elevate, sarebbero la prima linea di difesa contro un eventuale lancio dall'Iran. A questi si aggiungono le capacità nazionali, come i caccia intercettori e i sistemi a terra, e la recente acquisizione da parte della Germania del sistema Arrow 3 israeliano, divenuto operativo alla fine del 2025 e in grado di abbattere bersagli al di fuori dell'atmosfera.
Il nodo della volontà politica e l'effetto "decapitazione"
Un elemento che complica ulteriormente il quadro, e che introduce una variabile difficilmente calcolabile con i soli parametri tecnici, è la catena di comando iraniana dopo i pesantissimi attacchi subiti. L'eliminazione fisica di Khamenei, del capo di stato maggiore e di diversi comandanti delle Guardie Rivoluzionarie, se da un lato mira a decapitare il nemico, dall'altro rischia di innescare dinamiche incontrollabili. La dottrina militare iraniana, preparandosi proprio a uno scenario del genere, prevede il decentramento dell'autorità a comandanti locali o di livello inferiore, figure potenzialmente più impulsive e meno vincolate a logiche di deterrenza strategica. Questo passaggio di consegne, in un contesto di guerra aperta, rende assai più opaca la possibilità di prevedere le prossime mosse. Non è un caso che Teheran abbia lanciato un avvertimento esplicito ai paesi europei, e in particolare a Germania, Francia e Regno Unito, dopo che questi si sono detti pronti ad adottare "azioni difensive" in supporto agli alleati: qualsiasi intervento contro l'Iran, anche a scopo protettivo, verrebbe considerato alla stregua di un atto di guerra e potrebbe estendere il raggio della risposta missilistica alle città europee. Un avvertimento che, letto alla luce della gittata potenziale del Khorramshahr, trasforma la minaccia da astratta a potenzialmente concreta, rendendo la penisola italiana non più solo un retroterra geografico, ma un attore in prima linea in questa nuova, pericolosa fase dello scontro.




