Davos, il ritorno di Trump e la crisi della Groenlandia che mette a rischio l'Occidente
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Redazione Esteri
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Manca poco all'arrivo del presidente degli Stati Uniti Donald Trump a Davos, in un ritorno al Forum economico mondiale che si annuncia, fin da queste ore, ben più di una semplice partecipazione formale. Il suo viaggio, che segue di pochi mesi la riconferma alla Casa Bianca, si profila infatti come l'occasione per dare concretezza a quelle "spallate al vecchio mondo multilaterale" che hanno caratterizzato la sua prima esperienza, generando un clima di incertezza e di attesa carico di implicazioni per gli equilibri globali. La tensione, che corre soprattutto tra Washington e Bruxelles, rischia di minare dalle fondamenta l'architettura di sicurezza transatlantica, mettendo in discussione persino la tenuta della Nato di fronte a divergenze sempre più marcate.
Lo scontro diretto sul commercio e la questione groenlandese
Al centro del potenziale braccio di ferro, che vede l'Unione europea e gli Stati Uniti schierarsi su fronti diametralmente opposti, c'è la cosiddetta "mina vagante Groenlandia". La disputa, che il presidente americano lega a quello che definisce un "intervento militare" europeo nell'area artica, ha portato la sua amministrazione a ventilare l'imposizione di nuovi dazi commerciali. Una minaccia alla quale Parigi, in prima linea, risponde spingendo Bruxelles a considerare l'uso dello "strumento anti-coercizione", un pacchetto di misure difensive concepito originariamente per contrastare pratiche ritenute ostili da parte di altri attori globali, e che include risposte unilaterali nel campo degli investimenti e degli appalti pubblici.
Il ruolo di Larry Fink e la ricerca di una mediazione impossibile
In questo contesto esplosivo, molti osservatori pongono i propri riflettori sulla figura di Larry Fink, il potentissimo uomo d'affari nominato co-presidente di questa edizione del Forum. La domanda che circola nei corridoi della località svizzera, e che rimane per ora senza una risposta certa, è se egli possa giocare un ruolo decisivo nel "disarmare" la crisi, fungendo da canale informale o da mediatore tra le parti. Il suo profilo e la sua influenza globale lo pongono in una posizione unica, sebbene la posta in gioco politico-diplomatica appaia talmente alta da rendere qualsiasi tentativo di pacificazione un'operazione di straordinaria complessità, mentre i delegati dei centotrenta Paesi presenti si confrontano su scenari internazionali sempre più instabili.
Un forum nello spirito del dialogo, ma sull'orlo della frattura
L'ironia della situazione non sfugge a nessuno: l'edizione di quest'anno è ufficialmente dedicata allo "spirito del dialogo", un principio che sembra venir meno giorno dopo giorno in un mondo dove, sempre più spesso, prevale la legge del più forte. L'attesa per il discorso di Trump, che dominerà la seconda parte dell'incontro, assorbe ogni altro intervento, compresi quelli di altri leader di primo piano, relegando in secondo piano gli altri temi caldi dell'agenda internazionale. Ciò che emerge con chiarezza è la percezione di un momento critico, nel quale le tradizionali alleanze vengono sottoposte a uno stress test senza precedenti, mentre la comunità internazionale trattiene il fiato in attesa di sviluppi che potrebbero riscrivere gli assetti di potere consolidati dopo decenni.




