Primarie in Michigan, la vittoria del “socialista” El-Sayed che sfida il centro democratico

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La politica americana, si sa, è capace di regalare colpi di scena che mandano in cortocircuito le narrazioni più consolidate. Mentre in molti continuano a ripetere, quasi fosse un dogma inciso nella pietra, che l’unica via percorribile sia quella del centro e che qualsiasi scivolamento verso posizioni più radicali equivalga a un suicidio politico, ecco che il Michigan ribalta il tavolo. Nelle primarie democratiche per un seggio al Senato, Abdul El-Sayed, medico e attivista di origini egiziane, ha battuto la deputata moderata uscente Haley Stevens.

Un risultato che, per chi negli Usa e fuori (in Italia, per esempio) aveva già archiviato la sinistra progressista come un residuo del passato, suona come una scossa elettrica.

La vittoria di El-Sayed e il peso della causa palestinese

Il dato politico, al di là dei numeri, è il segnale che la base democratica del Michigan, uno Stato chiave per gli equilibri nazionali, non ha gradito le scelte della corrente moderata. El-Sayed, 41 anni, si definisce apertamente socialista e ha fatto della difesa dei diritti dei palestinesi uno dei punti fermi della sua campagna, prendendo nettamente le distanze dall’amministrazione Biden e dal sostegno incondizionato a Israele. Sono circa 100.000 gli iscritti che hanno partecipato alla tornata elettorale, suddivisi in una quindicina di correnti diverse, a testimonianza di un partito democratico frammentato ma in fermento. La sua affermazione, quindi, non è solo una vittoria personale, ma il riflesso di una tensione sotterranea che attraversa il partito e che rischia di esplodere in vista delle presidenziali.

La rinascita del socialismo nella patria del capitalismo

C’è chi, osservando la scena politica statunitense, si chiede se l’ipercapitalismo, con le sue disuguaglianze sempre più evidenti, non stia involontariamente generando il suo antidoto. I Democratic Socialists of America (DSA), fino a pochi anni fa relegati ai margini del dibattito politico, sono tornati a essere un soggetto temuto e osservato con attenzione. La guerra a Gaza ha funto da catalizzatore, offrendo a molti progressisti una causa identitaria forte con cui distinguersi dall’establishment democratico, accusato di essere troppo vicino alle lobby filo-israeliane.

In questo contesto, la scelta di non convergere su Kamala Harris e di disertare le urne in alcune circoscrizioni chiave ha finito per agevolare la rielezione di Donald Trump, dimostrando quanto il peso elettorale di questa frangia sia ormai tutt’altro che trascurabile.

Gli equilibri interni al Partito Democratico

La sfida che si apre ora per i vertici del partito è complessa e riguarda l’anima stessa della coalizione. La vittoria di El-Sayed può effettivamente condizionare le elezioni di novembre, costringendo i candidati democratici a misurarsi con le istanze provenienti dall’ala più a sinistra, specialmente su temi come la politica estera e la giustizia sociale.

La domanda che molti analisti si pongono, e che abbiamo provato a esplorare nello Sky Cube insieme alla caporedattrice Esteri di Sky TG24, Liliana Faccioli Pintozzi, è se questa spinta radicale rappresenti una parentesi o il nuovo corso del partito. Quello che è certo è che il centro, per come lo si è inteso finora, non sembra più essere l’unico faro in grado di orientare il consenso degli elettori democratici, almeno in Stati cruciali come il Michigan.

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