Udinese-Como, un pari (0-0) che sa di occasione persa: ai lariani non basta un punto. Nel frattempo, il dato sugli italiani in campo grida vendetta

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La corsa Champions del Como, quella stessa che nelle settimane precedenti aveva assunto i contorni di una marcia trionfale grazie a cinque vittorie consecutive, ha dovuto fare i conti con il muro grigio dell’Udinese. Il Bluenergy Stadium, non certo un campo di facile conquista come testimoniato dal passo falso della Fiorentina in questa stessa stagione, ha restituito un pareggio a reti bianche che, se da un lato allunga la striscia utile dei friulani, dall’altro lascia un retrogusto amaro in casa lariana. L’analisi di Cesc Fabregas, affidata ai microfoni di DAZN, è stata lucida: "Partita tattica, troppi sottotono". Lo spagnolo, nel tentativo di contestualizzare il risultato, ha sottolineato come i suoi ragazzi abbiano faticato "da entrambe le parti a trovare varchi", un’ammissione che pesa come un macigno per una squadra che ha fatto della prolificità offensiva la sua arma migliore.

Non è stata una gara ricca di emozioni, anzi. I primi quarantacinque minuti hanno offerto spunti assolutamente deludenti, con ritmi bassi e portieri – Okoye da una parte e Butez dall’altra – sostanzialmente inoperosi. Il primo vero sussulto, se così si può definire, è arrivato al termine della prima frazione: un’incursione di Kamara sulla sinistra, conclusa con un tentativo di scavetto deviato in angolo da Butez. Nella ripresa, la musica non è cambiata più di tanto. Una mischia in area, una botta di Karlstrom respinta praticamente sulla linea da Diego Carlos, e poi un cross rasoterra di Da Cunha che ha impegnato Okoye in un tuffo risolutivo. L’episodio più clamoroso, però, è arrivato nel finale: un lancio di Butez ha pescato Vojvoda alle spalle della difesa, ma il suo pallonetto si è spento miseramente sul fondo, vanificando quella che è stata la più nitida occasione da rete dell’intero pomeriggio.

Il paradosso della Serie A: un solo azzurro in campo

Tuttavia, al di là del risultato tecnico, è un altro dato a catturare l’attenzione e a gettare luce sulle ben più profonde crepe del nostro calcio. In una partita di cartello come Udinese-Como, che vedeva opposte una delle rivelazioni del torneo e una solida realtà di metà classifica, c’era un solo calciatore italiano schierato dal primo minuto. Si tratta di Nicolò Zaniolo, impiegato dall’Udinese nel ruolo di attaccante. Un numero, questo, che stride violentemente con il dibattito, sempre più acceso e purtroppo attuale, sulla crisi di competitività della Nazionale. Mentre si cercano soluzioni miracolistiche per risollevare le sorti del movimento, basta un semplice sguardo ai tabellini per capire dove risieda il male oscuro.

È vero, ci sono questioni strutturali annose che pesano come macigni: stadi di proprietà che sono un miraggio, settori giovanili spesso carenti e un’industria del pallone che sembra essersi consegnata, tatticamente e culturalmente, a una difesa a cinque asfissiante. Ma il dato è sotto gli occhi di tutti: la percentuale di calciatori italiani nelle rose di Serie A si aggira ormai stabilmente intorno al 30%, un minimo storico che non trova riscontro nelle altre principali leghe europee. Se in Bundesliga i tedeschi rappresentano oltre il 41% delle rose, qui da noi lo straniero è diventato la regola, l’italiano l’eccezione.

Questa mancanza di ricambio generazionale, evidente nell’ultimo, doloroso schiaffo patito dagli azzurri, invoca rivoluzioni vere, non semplici operazioni di maquillage. Serve un taglio netto con dinosauri pressoché immortali, con quei dirigenti che da lustri pascolano indisturbati all’interno dello sport più amato dagli italiani. E intanto, in attesa di una resa dei conti che tarda ad arrivare, tra fanfare pronte ad accompagnare un improbabile rinascimento attraverso candidature roboanti, il caro, contraddittorio “calcio de noantri” continua a viaggiare sugli stessi binari, dove squadre come il Como, che ambiscono all’Europa, schierano in campo undici atleti che poco hanno a che fare con le radici nostrane.

Un punto che non ferma la rincorsa ma lascia dubbi

Tornando alla cronaca, il pareggio di Udine ferma la corsa Champions dei lariani, pur non rappresentando un dramma in chiave classifica. Fabregas, nel difendere il punto, ha volutamente citato il cammino delle “grandi” per dare il giusto peso a un risultato che, altrimenti, potrebbe sembrare un passo indietro. "A Udine ha perso anche la Fiorentina, campo difficile" – ha ricordato il tecnico spagnolo, cercando di trasformare un’occasione mancata in una conquista.

Eppure, il rammarico per la qualità del gioco espresso – o meglio, non espresso – è rimasto impresso sui volti dei giocatori al termine del match. L’assenza di Davis per squalifica ha tolto peso all’attacco friulano, ma il Como non ha saputo approfittarne, mostrando una piattezza in fase di costruzione che non si vedeva da tempo. Ora la testa torna a concentrarsi sull’obiettivo, con la consapevolezza che, per volare in alto, non ci si può permettere di rallentare il passo proprio contro avversari sulla carta abbordabili.

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