Trump smorza gli entusiasmi di Zampolli: "Italia ai Mondiali? Non ci penso molto"

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Redazione Sport Redazione Sport   -   L’ipotesi, circolata con insistenza nelle ultime ore lungo i corridoi del potere che collegano Roma a Washington, di un clamoroso ripescaggio dell’Italia ai Mondiali di calcio in programma quest’estate negli Stati Uniti ha ricevuto una battuta d’arresto piuttosto netta, proveniente direttamente dalla fonte più autorevole dello Studio Ovale. Il presidente Donald Trump, interpellato dai giornalisti al termine di un incontro incentrato sui fragili equilibri tra Israele e Libano, ha liquidato la suggestione – lanciata con entusiasmo dal suo inviato speciale Paolo Zampolli – con una frase che, nella sua secca essenzialità, restituisce tutta la distanza tra le ambizioni della diplomazia parallela e l’agenda reale della Casa Bianca. “Non ci penso molto”, ha risposto il capo dello Stato, definendo la domanda “interessante” e provocando, con il suo tempismo quasi comico, una fragorosa risata collettiva tra i presenti nella stanza.

A scatenare la bufera mediatica era stato proprio Zampolli, figura cardine della cosiddetta “diplomazia sportiva” americana e vecchio amico di Trump – nonché colui che presentò Melania al futuro presidente –, il quale aveva ufficialmente suggerito al numero uno della Fifa, Gianni Infantino, di considerare gli Azzurri come primi sostituti in caso di esclusione della rappresentativa iraniana. La proposta, che Zampolli ha sempre definito un semplice “atto di buonsenso” più che una manovra politica strutturata, si basava su un assunto geopolitico tutt’altro che peregrino: le tensioni non risolte con Teheran renderebbero quantomeno complicata, se non altro sul piano della sicurezza e dell’immagine, la presenza di una delegazione iraniana in territorio statunitense. “L’Iran è in guerra con gli Stati Uniti”, ha ribadito l’inviato in un’intervista, sottolineando come il pedigree della nazionale italiana – quattro titoli mondiali – fosse un biglietto da visita sufficiente per giustificare un’eccezione regolamentare.

Il coro di “no” che arriva da Roma e i distinguo di Zoff

Dall’altra parte dell’Atlantico, e curiosamente, l’accoglienza riservata all’iniziativa non è stata quella di un abbraccio entusiasta, bensì di un imbarazzato e compatto rifiuto istituzionale. Il governo italiano, nelle figure del ministro dello Sport Andrea Abodi e del titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ha preso le distanze in modo netto, quasi infastidito, dalla manovra. “Ci si qualifica sul campo”, ha tagliato corto Abodi, mentre Giorgetti ha usato toni ancora più duri, definendo l’ipotesi “una cosa vergognosa” e dichiarando che, personalmente, si vergognerebbe di una qualificazione ottenuta non sul rettangolo verde ma attraverso le trame della realpolitik.

Tuttavia, a rompere il coro di chi rifiuta l’idea per motivi di principio e di dignità sportiva, si è levata la voce – pesante come poche altre nel calcio italiano – di Dino Zoff. Il capitano del Mondiale del 1982, intervistato in merito, ha offerto un punto di vista che fa a pugni con il perbenismo sportivo: un’eventuale sostituzione dell’Iran, se tecnicamente perseguibile, andrebbe valutata con cinismo. “Non è brillante, non è il massimo, ma l’utile è utile”, ha commentato Zoff, aprendo uno spiraglio in quella che finora sembrava una porta ermeticamente chiusa.

L’Iran si prepara alla “partecipazione orgogliosa”

Mentre in Italia e negli Usa si discuteva di merito e opportunità, da Teheran arrivavano segnali opposti rispetto alla narrazione del forfait. Contrariamente alle anticipazioni fornite da Zampolli – che dava per scontato un ritiro della selezione asiatica –, il governo iraniano ha ufficialmente smentito qualsiasi intenzione di rinuncia. Un portavoce dell’esecutivo ha dichiarato che la nazionale si sta preparando per una “partecipazione orgogliosa e di successo” alla competizione nordamericana, ribadendo la volontà di scendere in campo nonostante le ostilità diplomatiche in corso.

La replica dell’ambasciata iraniana a Roma è stata persino più feroce dal punto di vista retorico, attaccando frontalmente quella che ha definito la “bancarotta morale” degli Stati Uniti. “Il calcio appartiene ai popoli, non ai politici. L’Italia ha conquistato la grandezza sul campo, non grazie a rendite politiche”, si legge nella nota diffusa dalla rappresentanza diplomatica, che ha accusato Washington di avere paura “persino di undici giovani iraniani sul terreno di gioco”.

Le rigidità del regolamento Fifa e il peso di Trump

Sul piano squisitamente formale, nonostante le pressioni e gli appelli accorati di Zampolli, la strada verso un ripescaggio resta lastricata di ostacoli burocratici quasi insormontabili. Secondo le fonti vicine all’organismo di governo del calcio mondiale, in caso di forfait – eventualità che al momento appare remota viste le smentite ufficiali – il posto vacante verrebbe assegnato a un’altra nazionale della stessa confederazione asiatica, tagliando fuori a priori l’Europa e quindi l’Italia.

Eppure, a rendere la vicenda più di una semplice boutade estiva, è il dato politico che traspare dalle parole del presidente Trump. Nonostante la sua esternazione – “non ci penso molto” – suoni come un congelamento dell’iniziativa, il semplice fatto che la domanda sia stata posta al presidente nel pieno di un briefing internazionale certifica quanto l’idea abbia ormai varcato la soglia della fantasia per diventare, se non altro, un argomento di conversazione ai massimi livelli. Zampolli, dal canto suo, mantiene alta la tensione: “Suggerirò ancora questa opportunità. Sarebbe un sogno”, ha dichiarato ai media italiani, consapevole che nel potere di seduzione economica e storica degli Azzurri risiede forse l’unica leva per scardinare la rigidità delle norme Fifa.

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