Il Nepal stringe le maglie per l'Everest: obbligatorio un settemila nepalese prima del permesso
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Redazione Esteri
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L’Assemblea Nazionale di Kathmandu, che rappresenta la camera alta del parlamento bicamerale nepalese, ha approvato all’unanimità un disegno di legge destinato a riscrivere le regole dell’alpinismo commerciale sul tetto del mondo. Il provvedimento, tecnicamente denominato “Tourism Bill 2081”, introduce un criterio selettivo rigido e senza precedenti per chiunque ambisca a scalare il Monte Everest. Non basterà più, come accaduto finora, poter vantare una generica esperienza su vette extra-nepalesi o affidarsi alla propria preparazione fisica autodichiarata: la nuova normativa, una volta completato l’iter legislativo, richiederà agli aspiranti alpinisti stranieri la dimostrazione certificata di aver già raggiunto la cima di almeno una montagna nepalese superiore ai settemila metri. Si tratta di una svolta epocale che mira a filtrare il flusso, sempre più massiccio e talvolta impreparato, di appassionati e cercatori di fama che ogni anno convergono sul versante sud della montagna.
La decisione, che arriva dopo anni di dibattiti e appelli da parte degli operatori del settore più lungimiranti, intende colpire il cuore del problema della sicurezza in alta quota. Le statistiche parlano chiaro: il sovraffollamento della via standard, la congestione nei tratti chiave come il Colle Sud e il famigerato “balcone”, sono spesso causati da scalatori con poca dimestichezza con l’altitudine e le tecniche di progressione su ghiaccio e roccia. Costoro, rallentando l’intera colonna, finiscono per esporre se stessi e gli altri a rischi maggiori, esaurendo le finestre di bel tempo e le riserve di ossigeno. L’obbligo di aver già superato la quota di 7.000 metri sul suolo nepalese, quindi, non è solo una questione di curriculum, ma vuole essere una garanzia di acclimatamento e di conoscenza delle specifiche dinamiche logistiche e ambientali dell’Himalaya locale. Il governo, guidato da una nuova maggioranza dopo le recenti tornate elettorali, sembra aver finalmente accolto le istanze di chi chiedeva un giro di vite dopo i troppi incidenti e i numerosi salvataggi resisi necessari nelle ultime stagioni.
Oltre al filtro d’ingresso rappresentato dal “settemila” propedeutico, la legge in fase di approvazione definitiva introduce altri correttivi sostanziali. Tra questi, spicca l’obbligo per ogni membro della spedizione di presentare un certificato medico di buona salute, rilasciato non più di un mese prima della partenza per la zona base. Una misura, questa, pensata per ridurre i malori improvvisi e gli edemi polmonari o cerebrali che spesso colpiscono anche alpinisti apparentemente in forma. Parallelamente, viene istituito un Fondo per la protezione ambientale e il welfare degli alpinisti, un meccanismo che trasformerà il vecchio deposito cauzionale per i rifiuti in una tassa non rimborsabile di quattromila dollari, destinata a finanziare le operazioni di pulizia e di sostegno sociale per le comunità sherpa. Una decisione che va letta in continuità con la recente stretta sui costi dei permessi, saliti a quota quindicimila dollari, e con la volontà dichiarata di rendere l’intero comparto più sostenibile dal punto di vista ecologico.




