Maire vola con ricavi record a 7,1 miliardi, utile mai così alto e un piano da qui al 2035 che punta a raddoppiare il fatturato
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Redazione Economia
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Il gruppo Maire, colosso italiano dell’ingegneria attivo nella trasformazione delle risorse naturali, ha chiuso il 2025 con numeri che non lasciano spazio a interpretazioni: ricavi consolidati pari a 7,1 miliardi di euro, in crescita del 20,3 per cento rispetto all'esercizio precedente, e un utile netto che tocca quota 284,5 milioni, in aumento del 33,9 per cento. Si tratta, come sottolineato dalla stessa società, del risultato netto più alto mai registrato dalla sua fondazione. Il margine operativo lordo, l'Ebitda, si attesta a 500,1 milioni, in rialzo del 29,4 per cento, con un'incidenza sui ricavi che passa dal 6,5 al 7,0 per cento. Numeri, questi, che superano le guidance fornite in precedenza dal management e che hanno trovato un riscontro immediato sul mercato: il Titolo, dopo la comunicazione dei conti e l'aggiornamento del piano strategico, ha chiuso le contrattazioni in netto rialzo, spinto anche da un contesto generale che, nonostante le tensioni geopolitiche, vede gli investitori scommettere sulle infrastrutture energetiche. La posizione finanziaria netta adjusted risulta positiva per 395,1 milioni, in miglioramento rispetto ai 375,1 milioni di fine 2024, a dimostrazione di una generazione di cassa operativa capace di assorbire gli esborsi per dividendi – circa 120 milioni –, il programma di buyback da oltre 90 milioni e gli investimenti in tecnologie proprietarie.
Un portafoglio ordini da 12,7 miliardi e la scommessa sul Global South
A sostenere la fiducia del mercato contribuisce in maniera determinante la robustezza del portafoglio ordini, che a fine 2025 si attesta a 12,73 miliardi di euro. Una cifra imponente, che tra l'altro non inra ancora integralmente i 4,7 miliardi di nuovi contratti annunciati nei primi due mesi del 2026, molti dei quali provenienti da aree geografiche strategiche come il Medio Oriente, l'Africa e l'Asia centrale. È in queste regioni, nel cosiddetto Global South, che il gruppo guidato da Alessandro Bernini intende giocare una parte decisiva della propria crescita futura. «Abbiamo costruito negli anni una presenza forte in aree del mondo caratterizzate da abbondanza di risorse e da contesti industriali pragmatici», ha spiegato l'amministratore delegato, commentando la capacità del gruppo di intercettare la domanda di infrastrutture energetiche in paesi dove la transizione, piuttosto che essere un'astrazione ideologica, si declina in termini di monetizzazione del gas, sviluppo di fertilizzanti e accesso all'energia. Il conflitto in Medio Oriente, per quanto monitorato con attenzione, non ha al momento prodotto impatti significativi sulle attività operative, con la sicurezza del personale che resta la priorità assoluta.
Nextchem e Tecnimont, i due motori complementari del Piano al 2035
L'architettura industriale del gruppo poggia su due pilastri distinti ma integrati: da un lato Tecnimont, il cuore dell'ingegneria tradizionale che ha generato ricavi per 6,6 miliardi (+19,1%) con un margine Ebitda del 5,7 per cento; dall'altro Nextchem, la business unit dedicata alle Sustainable Technology Solutions, che ha visto i propri ricavi balzare a 495 milioni (+38,4%) con una redditività che raggiunge il 24,7 per cento. È proprio Nextchem, della quale il gruppo detiene l'82 per cento, a incarnare la scommessa sul futuro: la società non solo sta ampliando il portafoglio tecnologico in segmenti in forte espansione – si spazia dall'idrogeno circolare ai processi di decarbonizzazione, dalle soluzioni per il Lng all'estrazione mineraria fino al nucleare – ma potrebbe presto compiere il salto verso una quotazione autonoma. Fabrizio Di Amato, fondatore e presidente di Maire, non nasconde l'ambizione: «Vogliamo essere protagonisti della nuova era dell’energia e della materia come lo fu la Montecatini. Vogliamo essere catalizzatori di tecnologie e talenti come nessun altro player dell’industria». E in effetti l'interesse di potenziali investitori, già manifestatosi in passato con l'ingresso di soci come Azzurra Capital e Yousef Al Nowais, rende concreta l'ipotesi di una Ipo o dell'ingresso di nuovi partner di minoranza, subordinatamente a una valutazione che sia ritenuta adeguata.
Dividendo in forte crescita e guidance 2026 in rialzo
Alla luce dei conti record, il consiglio di amministrazione ha proposto la distribuzione di un dividendo di 0,585 euro per azione, con un incremento del 64,3 per cento rispetto all'esercizio precedente. L'esborso complessivo, pari a circa 187,6 milioni, corrisponde a un pay-out ratio del 66 per cento, in aumento rispetto al 55 per cento del 2024. La cedola sarà staccata il 20 aprile 2026 e messa in pagamento due giorni dopo. Per quanto riguarda l'esercizio in corso, il management prevede ricavi compresi tra 7,5 e 7,7 miliardi di euro e un Ebitda tra 545 e 575 milioni, corrispondente a un margine atteso tra il 7,3 e il 7,5 per cento. Gli investimenti per il 2026 sono attesi tra 250 e 300 milioni, includendo l'acquisizione del gruppo Ballestra e ulteriori operazioni di M&A selettive attualmente in fase di valutazione. L'obiettivo di nuovi ordini per l'anno è fissato a circa 9 miliardi, dei quali 4,7 miliardi – un dato significativo – sono già stati aggiudicati nei primi due mesi, a riprova di un momentum commerciale che non accenna a rallentare.




