Kramatorsk, bombe russe sui bus di linea: almeno 33 morti e 18 feriti

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un autobus ridotto a una carcassa carbonizzata, la strada invasa da macerie e detriti, i soccorritori al lavoro tra i resti dei mezzi pubblici: sono le immagini arrivate da Kramatorsk, nell’Ucraina orientale, dove nella mattinata dell’8 ottobre un attacco russo ha colpito in pieno due autobus di linea in servizio. Il bilancio, ancora provvisorio, parla di almeno 33 persone uccise e 18 ferite. Le autorità ucraine hanno parlato di uno degli attacchi singoli più letali dall’inizio dell’anno.

Secondo quanto ricostruito dalla polizia nazionale e dalla procura regionale, l’attacco è stato sferrato con bombe plananti ad alta precisione, probabilmente del tipo D-30 SN, e ha centrato i due mezzi mentre si trovavano su una strada cittadina, oltre a danneggiare un edificio residenziale nelle vicinanze. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito il luogo dell’impatto una «normale fermata del trasporto pubblico», aggiungendo che l’attacco «non resterà senza risposta» e che la Russia «sta cercando di distruggere ogni forma di vita nel Donbass».

La sospensione del trasporto pubblico a Kramatorsk e Sloviansk

A poche ore dall’attacco, il capo dell’amministrazione militare regionale di Donetsk, Vadym Filashkin, ha annunciato la sospensione immediata del servizio di trasporto pubblico a Kramatorsk e nella vicina Sloviansk.

«Considerato il netto peggioramento della situazione della sicurezza, ho ordinato alle amministrazioni militari municipali di sospendere il servizio», ha dichiarato Filashkin, spiegando che «i russi attaccano deliberatamente i civili» e che «un autobus pieno di passeggeri è un obiettivo attraente proprio perché con un solo colpo si può uccidere il maggior numero possibile di persone».

Il governatore ha anche accusato Mosca di «ignorare coscientemente ogni regola di guerra e ogni norma del diritto internazionale umanitario», scegliendo i bersagli «dove può infliggere la maggiore sofferenza possibile alla popolazione civile». La procura ucraina ha aperto un’indagine preliminare per crimini di guerra. Kramatorsk, città industriale del Donetsk occupata brevemente dai separatisti filorussi nel 2014 prima di tornare sotto il controllo di Kiev, rappresenta da mesi un nodo logistico cruciale per l’esercito ucraino e un obiettivo ricorrente dei raid russi con bombe plananti.

La posizione di Rubio sullo stallo e il rischio di escalation

Mentre a Kramatorsk proseguivano le operazioni di soccorso, da Lisbona il segretario di Stato americano Marco Rubio ha lanciato un avvertimento sul rischio che il conflitto ucraino sfugga di mano. «Questa è una guerra molto pericolosa, estremamente pericolosa, perché sembra essere in una situazione di stallo, e gli stalli sono molto pericolosi», ha detto Rubio durante una conferenza stampa con il ministro degli Esteri portoghese Paulo Rangel, al termine di un tour europeo che ha toccato anche Islanda e Grecia.

Secondo il capo della diplomazia di Washington, lo stallo potrebbe risolversi in due modi: o con un negoziato «in cui ciascuna parte deve rinunciare a qualcosa per ottenere la pace», oppure con un’escalation in cui «una o entrambe le parti intensificano le proprie azioni per costringere l’avversario a cedere».

Quest’ultimo scenario, ha avvertito Rubio, «potrebbe finire per assumere la forma di una campagna di sabotaggio in Paesi vicini membri della NATO», trasformando rapidamente «quella che oggi è una guerra tra due Paesi in un conflitto regionale molto più ampio e infinitamente più pericoloso».

Rubio ha ribadito che gli Stati Uniti continueranno a cercare una soluzione negoziata, ma senza impegnarsi in «processi inutili» se non si registrano progressi. Ha inoltre respinto l’idea che le pressioni di Washington sui membri della NATO per aumentare le spese militari siano un gesto ostile: «A volte la gente vede questa richiesta di investire di più nella difesa come una cosa ostile. Non lo è». Il Portogallo, ha ricordato, spende poco più del 2% del PIL per la difesa e prevede di salire verso il 3%, restando comunque sotto il 5% richiesto dall’amministrazione Trump.

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